Quando dovetti lasciare la mia prima casa, la mia cité De Lindeman
Alcuni addii durano soltanto pochi minuti. Eppure ne portiamo il significato con noi per il resto della vita. Fu così per me quando lasciammo la mia cité De Lindeman. Avevo circa dodici anni. Per molti adulti, a quell’età sei ancora soltanto un bambino. Ma per un ragazzo di dodici anni quella è già un’intera vita. A quell’età non comprendevo ancora quanto profondamente un luogo possa diventare parte di te. Sapevo soltanto che avremmo traslocato.
I miei genitori avevano le loro ragioni. Mio padre aveva lavorato duramente per anni. La vita stava cambiando. Per la nostra famiglia cominciava un nuovo capitolo. Ma da ragazzo non pensavo a tutto questo. Pensavo ai miei amici. Alla strada in cui avevo imparato ad andare in bicicletta. Alle case di cui conoscevo ogni porta d’ingresso. Alle voci familiari che ogni sera risuonavano nel quartiere. E all’improvviso dovevo lasciare tutto alle mie spalle.
Ricordo ancora bene quegli ultimi giorni. Guardi la strada un’ultima volta. Gli alberi. La chiesa. Le case. Dici a te stesso che ricorderai per sempre ogni particolare. Eppure, con il passare degli anni, molti di quei particolari sbiadiscono. Ciò che rimane è la sensazione. Ci trasferimmo a Liegi. Per i miei genitori era l’inizio di un nuovo capitolo. Per me era come se stessi lasciando indietro una parte di me stesso. All’improvviso sentivo lingue diverse.
Scoprivo abitudini diverse. Incontravo persone nuove. Dovevo ritrovare il mio posto. A De Lindeman tutti mi conoscevano. A Liegi nessuno mi conosceva, tranne la mia famiglia. Nel frattempo mio padre continuava a lavorare nella miniera di Zolder. Doveva ancora saldare i debiti contratti per consentire ai suoi due figli maggiori, Remo e Mario, di studiare in collegio presso un istituto tecnico di Seraing. Per questo, durante la settimana, rimaneva a De Lindeman.
Ogni fine settimana tornava a casa e ogni domenica sera ripartiva per De Lindeman, per poter rientrare in miniera il giorno seguente. Continuò a farlo fino al 1963. Può sembrare una cosa da poco. Ma per un ragazzo di dodici anni è come dover imparare nuovamente a respirare. Scoprii presto che non tutti accoglievano un nuovo arrivato a braccia aperte. Alcuni bambini facevano battute sulle mie origini. Sul mio nome. E soprattutto sul fatto che non parlassi ancora francese.
Per questo chiesi ai miei genitori se anch’io potessi andare in collegio, nelle Ardenne. Volevo imparare il francese il più rapidamente possibile e trovare il mio posto in quel nuovo mondo. A volte ridevo insieme agli altri. Ma, nel profondo, certe parole facevano male. Non perché i bambini siano crudeli per natura. Spesso i bambini ripetono ciò che sentono a casa. L’ho capito soltanto molto più tardi.
Eppure quel periodo mi insegnò qualcosa che sarebbe rimasto con me per il resto della vita. Imparai che cosa si prova a essere diversi. E forse è per questo che, più avanti nella vita, ho sempre cercato di fare in modo che nessuno si sentisse escluso. Durante la mia vita professionale incontrai persone provenienti da molti Paesi diversi. Quelle differenze non mi hanno mai spaventato. Al contrario. Mi sono sempre sentito a casa tra lingue e culture diverse.
Forse perché la mia infanzia mi aveva già insegnato che dietro ogni accento si trova un essere umano. Dietro ogni nome sconosciuto c’è una famiglia. Dietro ogni immigrato si nasconde una storia. Oggi sento talvolta parlare d’immigrazione come se si trattasse soltanto di numeri. Per me non sono numeri. Sono volti. Sono madri che prendono congedo. Padri che lasciano la propria casa. Bambini che devono abbandonare i propri amici. So che cosa significa.
Perché l’ho vissuto in prima persona. Eppure non voglio che questo diventi un capitolo di tristezza. Perché anche Liegi mi ha dato molto. Nuovi amici. Nuove esperienze. Nuove opportunità. E, in definitiva, fu lì che cominciò davvero una parte importante della mia vita. Il mio primo lavoro. I miei sogni. I miei fallimenti. Le mie vittorie. Quando oggi ripenso a quel periodo, comprendo che talvolta la vita ci chiede di lasciare andare qualcosa prima di poterci offrire qualcosa di nuovo.
Dovetti lasciare la mia prima casa per poter trovare la seconda. Allora non lo comprendevo. Oggi lo comprendo. E forse è questo il dono più bello che i ricordi possono offrirci. Soltanto molti anni più tardi ci permettono di capire perché alcuni momenti della nostra vita fossero necessari. Il ragazzo che lasciò De Lindeman non poteva immaginare quale strada lo attendesse. Eppure compì quel primo passo. Non perché fosse particolarmente coraggioso. Ma perché la vita lo spingeva dolcemente in avanti.
E talvolta è proprio così che comincia un nuovo capitolo. Nel 1960 ci trasferimmo dalla mia cité De Lindeman in una casa nei dintorni di Liegi. La nostra nuova abitazione sorgeva accanto alla linea ferroviaria che conduceva verso la stazione di Liège-Guillemins. La stazione stessa si trovava a qualche chilometro di distanza. Per me tutto era ancora nuovo. L’ambiente. La lingua. Le persone. E poco dopo il nostro trasloco anche il Paese intorno a noi fu attraversato dall’agitazione.
Nell’inverno del 1960-1961 ebbero inizio i grandi scioperi contro la Legge unica. Avevo dodici anni. Non comprendevo ancora che cosa prevedesse esattamente quella legge. Non conoscevo le discussioni politiche. Ma vedevo ciò che accadeva proprio vicino a casa nostra.
Soldati belgi pattugliavano giorno e notte la linea ferroviaria. Camminavano con il fucile imbracciato. Per un ragazzo di dodici anni era un’immagine impressionante e spaventosa. Fino ad allora conoscevo i soldati soprattutto attraverso i racconti e i film.
Ora camminavano proprio vicino a casa nostra. Non in qualche Paese lontano. Ma lungo i binari che vedevamo ogni giorno. Di giorno potevo seguirne i movimenti. Anche di notte la loro presenza rimaneva percepibile. La ferrovia, che normalmente era soltanto una parte del nostro ambiente, assunse improvvisamente un altro significato. Era sorvegliata. Come se qualcosa potesse accadere da un momento all’altro. Lo sciopero paralizzò vaste zone della Vallonia. Per molti lavoratori erano in gioco il lavoro, il reddito e il futuro.
Lo compresi soltanto più tardi. Da bambino vedevo soprattutto le conseguenze. La tensione tra le persone. L’incertezza. E i soldati armati che continuavano a pattugliare lungo i binari. Anche all’interno della nostra famiglia la sicurezza non era qualcosa di scontato. Mio padre lavorava ancora nella miniera di Zolder e durante la settimana risiedeva a De Lindeman. Noi, nel frattempo, cercavamo di costruire una nuova esistenza a Liegi. Il mondo in cui ero arrivato era molto diverso dalla comunità protettiva che avevo lasciato.
Nella mia cité tutti si conoscevano. Qui vidi quanto rapidamente una società potesse dividersi e diventare inquieta. Forse fu una delle prime volte in cui compresi che le decisioni dei politici non rimangono soltanto nelle sale riunioni. Arrivano nelle strade. Nelle fabbriche. Nelle famiglie. E persino lungo la ferrovia davanti alla casa di un ragazzo di dodici anni. Non voglio trasformare questo ricordo in una lezione politica. Allora ero troppo giovane e gli avvenimenti sono troppo complessi.
Racconto soltanto ciò che vidi. Soldati. Giorno e notte. Lungo i binari. Con il fucile imbracciato. Un’immagine che, dopo tanti anni, mi è ancora rimasta impressa. Non perché allora comprendessi che cosa significasse la Legge unica. Ma perché, per la prima volta, vidi come la grande storia possa comparire improvvisamente proprio davanti alla porta di casa.
