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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Perché?

Quando oggi ripenso agli anni della mia infanzia, mi rendo conto che c’era una parola che tornava continuamente nei miei pensieri. Perché? Perché i padri partivano ogni mattina così presto per andare al lavoro? Perché avevamo lasciato l’Italia? Perché alcuni bambini parlavano italiano a casa e neerlandese a scuola? Perché alcune persone erano povere e altre ricche? Perché alle persone buone accadono cose belle, e perché anche loro vengono colpite dalle avversità?

Non ponevo sempre quelle domande ad alta voce. Il più delle volte le tenevo per me. Guardavo. Ascoltavo. E cercavo di capire. Forse nacque già allora l’abitudine che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita: il desiderio di guardare oltre ciò che è visibile. Potevo trascorrere ore semplicemente a osservare le persone. Non per giudicarle. Ma per comprenderle. Perché una persona sorride? Perché una persona tace? Perché qualcuno sembra felice, mentre i suoi occhi raccontano una storia completamente diversa?

Domande simili mi affascinavano. Credo di aver compreso fin da giovanissimo che ogni essere umano porta con sé una storia. Una storia che non puoi mai capire limitandoti a guardare il volto di una persona. Più avanti nella vita avrei incontrato migliaia di persone. Minatori. Venditori. Architetti. Dirigenti d’azienda. Artisti. Imprenditori. Inventori. Sacerdoti. E ogni volta scoprivo nuovamente la stessa verità. Dietro ogni sorriso si nasconde una storia. E dietro ogni silenzio se ne nasconde un’altra.

La mia curiosità non si limitava alle persone. Anche gli oggetti mi affascinavano. Quando qualcosa si rompeva, volevo sapere perché. Quando vedevo che una macchina avrebbe potuto funzionare meglio, mi domandavo perché nessuno avesse cercato di migliorarla. Prendevo gli oggetti tra le mani. Li osservavo attentamente. E cercavo di capire come fossero stati costruiti. Allora non avevo ancora idea che quella curiosità sarebbe diventata il filo conduttore di tutta la mia vita.

Che mi avrebbe condotto nel mondo dell’espresso. Nel mondo delle piastrelle di ceramica. Verso l’innovazione. Verso il software. E, molti anni più tardi, persino verso l’intelligenza artificiale, il cui sviluppo ho continuato a seguire con grande curiosità. Tutto ebbe inizio con una parola molto semplice. Perché? La curiosità è forse uno dei doni più belli che un bambino possa ricevere. Non perché dia tutte le risposte. Ma perché risveglia il desiderio di continuare a cercare.

Nel corso della mia vita ho trovato molte risposte. Ma ho anche imparato che alcune domande sono più importanti delle risposte stesse. Perché certe persone si incontrano esattamente al momento giusto? Perché una sola decisione può cambiare un’intera vita? Perché alcune coincidenze, quando le osserviamo a distanza di tempo, non sembrano più affatto casuali? Non esistono risposte definitive a queste domande. Eppure mi hanno accompagnato per tutta la vita. Alcuni la chiamano intuizione.

Altri la chiamano destino. Altri ancora la chiamano Provvidenza. Quanto a me, so soltanto che la vita mi ha sorpreso molto più spesso di quanto avrei mai potuto immaginare. Forse è anche per questo che sono sempre rimasto aperto alle nuove idee. Non ho mai creduto che tutto fosse già stato inventato. Che tutto fosse già stato scritto. Che non vi fosse più nulla da scoprire. Al contrario.

Ho sempre creduto che ogni nuovo giorno ci offra l’opportunità di imparare qualcosa di nuovo. Quando oggi incontro dei giovani, c’è una cosa che auguro loro più di ogni altra: Non perdete mai la vostra curiosità. L’istruzione è importante. L’esperienza è importante. Ma il desiderio di continuare a porre domande è forse ancora più prezioso. Perché il giorno in cui una persona pensa di sapere tutto, smette di crescere. Oggi sono un uomo anziano.

Ma nel profondo di me vive ancora quel bambino della cité dei minatori. Il bambino che guardava il mondo con occhi grandi e aperti e non smetteva mai di domandare: Perché? E forse è proprio per questo che ho scritto questo libro. Non perché abbia trovato tutte le risposte. Ma perché spero di trasmettere la mia ricerca alle generazioni che verranno dopo di me.