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RENATO ROSSI · Edizione integrale

Impostazioni di lettura

Una sera nella Piramide di vetro

Ci sono ricordi che non hanno una data. Nessun resoconto scritto. Nessuna fotografia. Eppure continuano a vivere dentro di noi più nitidi di alcuni dei più grandi avvenimenti della nostra vita. Uno di quei ricordi mi riporta a una sera nella Piramide di vetro. Era già tardi. I visitatori erano tornati a casa. Il telefono aveva finalmente smesso di squillare. Persino il fax, che per tutto il giorno aveva stampato messaggi senza sosta, si era acquietato.

Fuori era scesa la notte. La pioggia picchiettava dolcemente sulle pareti di vetro della Piramide. All’interno rimanevano accese soltanto poche luci. Camminavo lentamente nello showroom. I grandi pannelli espositivi con le piastrelle di ceramica erano disposti ordinatamente l’uno accanto all’altro. Ogni piastrella raccontava la storia di una fabbrica. Di uomini e donne che avevano creato con passione qualcosa di bello. Mi fermai per un momento. Non per guardare le piastrelle. Ma per ascoltare il silenzio.

Non era un silenzio vuoto. Anzi. Era colmo di tutto ciò che avevamo vissuto durante quella giornata. Da uno degli uffici sentii il lieve ticchettio di una tastiera. Seppi immediatamente chi fosse rimasto. Marco. Come tante altre volte, era completamente immerso nel proprio lavoro. Quando entrai nel suo ufficio, alzò per un momento lo sguardo. Sorrise. «Papà... vieni a vedere.» Mi avvicinai e mi fermai accanto a lui. Sullo schermo vidi lentamente una stanza prendere vita.

Un pavimento. Una parete. Un altro colore. Un diverso formato di piastrella. Con pochi semplici gesti, l’intera atmosfera dell’ambiente cambiò. Rimasi in silenzio per alcuni istanti. Non soltanto perché ero colpito dalla tecnologia. Ma perché improvvisamente vidi qualcosa di molto più grande. Vidi il futuro. Gli posai delicatamente una mano sulla spalla. «Ti rendi conto di ciò che stai creando?» Alzò leggermente le spalle. «Un programma informatico.» Sorrisi e scossi dolcemente la testa.

«No, Marco. Stai dando alle persone la possibilità di vedere il proprio ambiente prima che venga posata la prima piastrella.» Guardò nuovamente lo schermo. Per alcuni secondi non disse nulla. Poi rispose sottovoce: «In realtà non l’avevo mai visto in questo modo.» Quel singolo momento mostrò esattamente come ci completavamo. Marco vedeva ciò che la tecnologia poteva fare. Io vedevo ciò che poteva significare per le persone. Dopo un po’ spense il computer.

«Vuoi un caffè?» Naturalmente volevo un caffè. Nel piccolo angolo cucina della Piramide preparai due semplici espressi. Nulla di particolare. Nessuna fretta. Soltanto un padre e suo figlio. Ci sedemmo vicino alla finestra. Da lì potevamo vedere il parcheggio, illuminato dai lampioni. Oltre c’era soltanto l’oscurità. Marco bevve un sorso di caffè. «Sai, papà...» Rimase in silenzio per un momento. «A volte mi domando se le persone comprenderanno mai davvero ciò che cerchiamo di fare.»

Guardai fuori per qualche istante. Poi mi voltai di nuovo verso di lui. «Forse non ancora oggi. Forse nemmeno domani. Ma se continueremo a credere in ciò che facciamo, un giorno qualcuno dirà: “Perché nessuno ci ha pensato prima?”» Sorrise. Era sufficiente. Non servivano altre parole. Continuammo a bere il nostro caffè in silenzio. A volte il silenzio è la conversazione più bella che due persone possano avere. Quando infine spegnemmo le luci e lasciammo insieme l’edificio, mi voltai ancora una volta.

La Piramide di vetro si ergeva tranquilla nella notte. Soltanto i riflessi dell’illuminazione stradale danzavano sulle pareti trasparenti. In quel momento non avrei mai potuto immaginare quanta gioia, speranza, preoccupazione e dolore quell’edificio avrebbe ancora custodito per noi. Per me era semplicemente il luogo in cui un padre e suo figlio avevano il privilegio di costruire insieme, giorno dopo giorno, il proprio sogno. E la verità è... anche ora che so come sarebbe infine terminata la nostra storia...

vorrei con tutto il cuore poter rivivere quella sera ancora una volta. Stare ancora una volta accanto a Marco. Bere ancora una volta quel caffè con lui. Credere ancora una volta insieme. Perché alcuni momenti sono tanto preziosi che, nonostante tutto il dolore che può seguire, non vorresti scambiarli con nessuna ricchezza al mondo.

Quando oggi chiudo gli occhi, riesco ancora a sentire il lieve suono della pioggia contro il vetro.

E da qualche parte, in un ufficio dolcemente illuminato della Piramide, vedo ancora mio figlio seduto. Pieno di entusiasmo. Pieno di idee. Pieno di vita. È un’immagine che nessuno potrà mai portarmi via.