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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Le persone sono sempre state più importanti dell’impresa

Quando oggi ripenso agli anni di Piramedia, mi accorgo che i miei ricordi raramente cominciano da un contratto. O da un computer. E certamente non da un grande progetto. I miei ricordi cominciano quasi sempre da un volto. Un sorriso. Una voce. Forse questo, da solo, dice già molto dell’uomo che sono. Per tutta la vita ho costruito imprese. Ma ciò che ho sempre cercato al loro interno era qualcos’altro. Riunire le persone.

Tutto questo cominciò molto prima di Piramedia. Dapprima nel mondo del caffè. Poi nel settore della ceramica. E infine nella Piramide di vetro. Ho sempre creduto che, quando le persone giuste si incontrano, possano nascere spontaneamente cose meravigliose. Per questo mi piaceva organizzare incontri. Dimostrazioni. Pranzi di lavoro. Serate trascorse insieme. Visite in Italia. Non soltanto per fare affari. Ma perché sapevo che la fiducia cresce quando le persone imparano a conoscersi davvero.

A volte i produttori italiani rimanevano sorpresi dal nostro modo di lavorare. Per loro il Belgio era un mercato relativamente piccolo. Ma non appena entravano nella Piramide, sentivano che lì accadeva qualcosa di speciale. Si lavorava. Si rifletteva. Si rideva. Si sognava. Ogni visitatore poteva sentirlo. Questo mi rendeva orgoglioso. Non perché fosse la mia impresa. Ma perché chiunque attraversasse le nostre porte si sentiva veramente benvenuto. Per me era essenziale. Chi entrava non doveva mai sentirsi soltanto un numero.

Tutti erano nostri ospiti. Probabilmente, senza rendermene conto, avevo imparato questo atteggiamento da mia madre. La porta di casa sua era sempre aperta. Chiunque entrasse riceveva innanzitutto una sedia. Poi una tazza di caffè. E soltanto allora cominciava la conversazione. Cercai di portare quello stesso calore nella mia vita professionale. Non come tecnica commerciale. Ma perché per me l’ospitalità era una forma di rispetto. Forse era questa la ragione per cui, per tante persone, la Piramide non sembrò mai soltanto un ufficio.

Era un luogo d’incontro. A volte le conversazioni duravano per ore. Non perché vi fossero ancora affari da discutere. Ma semplicemente perché nessuno aveva fretta di tornare a casa. Lì nacquero delle amicizie. Amicizie autentiche. Le persone parlavano dei propri figli. Dei propri genitori. Delle proprie preoccupazioni, molte delle quali non avevano assolutamente nulla a che fare con il lavoro. Per me quelle non furono mai ore perdute. Anzi. Erano proprio le ore in cui le persone imparavano davvero a conoscersi.

Oggi sento spesso gli imprenditori parlare di reti professionali. Relazioni con i clienti. Strategie aziendali. Sono concetti importanti. Ma per me fare impresa è sempre stato qualcosa di molto più semplice. Una persona deve ancora poter guardare un’altra negli occhi. Il giorno in cui questo scompare, un’impresa perde la propria anima umana. Ho sempre creduto che l’onestà fosse il miglior investimento. Non perché produca risultati immediati. Ma perché può continuare a dare frutti per molti anni.

La fiducia degli altri mi ha offerto innumerevoli opportunità nella vita. Mi ha persino donato delle seconde possibilità. E per questo sarò sempre grato. Quando oggi penso a Piramedia, non sono i programmi informatici la prima cosa che mi viene in mente. Non gli uffici. Non la tecnologia. Vedo le persone. Marco, che spiega pieno di entusiasmo una nuova idea. Cristina, che organizza tutto con calma e precisione. I nostri collaboratori, disposti a rimanere oltre l’orario di lavoro quando era necessario.

I produttori italiani che riponevano in noi la propria fiducia. Gli architetti che venivano da noi con curiosità e apertura mentale. I clienti che credevano in una giovane impresa dai grandi sogni. Insieme raccontano la vera storia di Piramedia. Nessuna impresa viene costruita da una sola persona. Nemmeno la nostra. Forse fui io a posare la prima pietra. Marco costruì nuove stanze. E molte altre persone contribuirono a trasformare quella casa in un luogo pieno di vita.

Questa è la verità. Proprio per questo, oggi, non sento il bisogno di attribuirmi tutti i meriti. Quel merito appartiene a chiunque, anche soltanto per un breve periodo, abbia contribuito a trasformare il nostro sogno in realtà. Se un giorno qualcuno si ricorderà ancora di me, spero che non mi ricordi soltanto come l’uomo che fondò un’impresa.

Spero che ricordi una persona capace di riunire gli altri. Perché le imprese hanno un inizio e una fine.

Ma l’amicizia. Il rispetto. E la gratitudine... sono le cose che danno davvero significato a una vita. E se un giorno, chiudendo questo libro, i miei nipoti porteranno con sé proprio questo messaggio, allora saprò che la mia storia non è stata raccontata invano.