Quando una stretta di mano non bastò più
Un sogno raramente cresce seguendo una linea retta. A volte tutto sembra avanzare spontaneamente. Un incontro conduce al successivo. Le nuove idee vengono accolte con entusiasmo. Il futuro sembra aprirsi davanti a te. E poi... quasi senza che te ne accorga... il mondo intorno a te comincia a cambiare. Non perché tu lavori meno duramente. Non perché tu creda di meno. Ma perché le regole sulle quali hai fatto affidamento per anni non rimangono più le stesse.
È una delle lezioni più difficili che ho imparato come imprenditore. Ero cresciuto in un mondo degli affari in cui i rapporti personali avevano un valore inestimabile. Conoscevi il produttore. Conoscevi la sua famiglia. Sapevi come era nata la sua impresa. Quando ti dava la sua parola, sapevi che cosa significasse. Una promessa aveva un volto. Per me una stretta di mano era vincolante quanto una firma. In quel modo avevo costruito la mia rete nel corso di molti anni.
Non con contratti complicati. Ma essendo onesto. Rispettando gli accordi. E rimanendo sempre disponibile quando si presentava un problema. Lentamente sentii che quel mondo cominciava a cambiare. Il mercato diventava più prudente. Comparvero sulla scena nuovi concorrenti, sostenuti da grandi risorse finanziarie. Le aziende si fondevano. Le piccole imprese entravano a far parte di gruppi più grandi. Le decisioni venivano prese sempre meno dalle persone che conoscevo personalmente.
Venivano trasferite a direzioni, consigli di amministrazione e sedi centrali che a volte si trovavano a centinaia di chilometri di distanza. Le persone con cui avevo costruito per anni un rapporto di fiducia potevano ancora ascoltarmi. Ma non sempre potevano più decidere da sole. Il mondo diventava più grande. Ma nello stesso tempo anche più distante. I contratti diventavano più lunghi. Le riunioni più complicate. Avvocati e consulenti finanziari venivano coinvolti sempre più spesso nelle decisioni.
Un semplice accordo era improvvisamente preceduto da mesi di consultazioni. Dove un tempo potevano bastare una conversazione personale e una stretta di mano, ora comparivano clausole. Condizioni. Garanzie. E caratteri minuscoli. Capivo perché accadesse. Le imprese diventavano più grandi. Gli interessi aumentavano. Le responsabilità dovevano essere stabilite giuridicamente. Di per sé non c’era nulla di sbagliato. Eppure mi rattristava. Non perché fossi contrario al cambiamento. Ma perché temevo che la persona dietro l’impresa diventasse sempre più difficile da vedere.
Per tutta la mia carriera avevo creduto che si facessero affari prima con una persona e soltanto dopo con la sua azienda. Ora a volte sembrava che si dovesse prima negoziare con un sistema per poter ancora raggiungere la persona. Anche la tecnologia si sviluppava a una velocità sorprendente. Ciò che avevamo costruito per anni con tanta convinzione non era diventato improvvisamente privo di valore. Anzi. Molte delle nostre idee venivano confermate proprio dalla direzione in cui il mondo stava evolvendo.
Ma le nuove possibilità si susseguivano sempre più rapidamente. I computer diventavano più potenti. I programmi cambiavano. Comparivano nuovi sistemi. Ciò che oggi era innovativo poteva essere già superato domani. Questo significava che dovevamo continuare a investire. Nello sviluppo. Nelle persone. Nella conoscenza. Nelle attrezzature. Proprio nel momento in cui clienti e produttori diventavano più prudenti, la tecnologia ci chiedeva di avanzare più rapidamente. Era una difficile contraddizione.
I grandi concorrenti potevano spesso investire su una scala difficile da eguagliare per un’impresa come la nostra. Non potevamo competere con loro facendo affidamento soltanto sulla forza finanziaria. La nostra forza si trovava altrove. Nella nostra conoscenza del settore della ceramica. Nella nostra creatività. Nella nostra rapidità. E soprattutto nei rapporti personali che avevamo costruito nel corso di molti anni. Marco vedeva ogni cambiamento tecnologico come una nuova sfida. Voleva capire che cosa stesse diventando possibile.
Come potessimo migliorare i nostri sistemi. Come potessimo compiere nuovamente un passo avanti. Io, nel frattempo, cercavo nuovi contatti, mercati e collaborazioni. Quando eravamo seduti insieme al tavolo, raramente parlavamo di ciò che avremmo potuto perdere. Parlavamo di ciò che potevamo ancora costruire. Eravamo fatti così. Eravamo costruttori. Non demolitori. Ma anche i costruttori hanno bisogno di un terreno solido. E lentamente il terreno sotto la nostra impresa cominciò a spostarsi. Non a causa di una determinata persona.
Non a causa di un’unica decisione sbagliata. Ma per diversi cambiamenti che avvenivano contemporaneamente. Il mercato diventava più prudente. La tecnologia avanzava sempre più rapidamente. La concorrenza aumentava. E i processi decisionali diventavano più distanti. Fu questo a rendere quel periodo tanto difficile da comprendere. La crisi del 1981 era stata dura e visibile. Allora sapevo che cosa avevo perduto e per che cosa dovevo tornare a lottare. Ora il cambiamento avveniva molto più gradualmente.
Le regole cambiavano mentre noi eravamo ancora nel pieno del gioco. Continuavo a credere che esistesse una soluzione per ogni problema. Quella fede mi aveva aiutato per tutta la vita. Ma alcune circostanze non si possono cambiare soltanto lavorando più duramente. Puoi continuare a migliorare te stesso. Puoi investire nella qualità. Puoi costruire rapporti onesti. Eppure non puoi controllare completamente l’andamento del mercato, la velocità della tecnologia o le decisioni dei grandi gruppi.
Questa consapevolezza fu particolarmente difficile per me. Non perché non volessi vedere la realtà. Ma perché arrendermi non aveva mai fatto parte del mio modo di pensare. Oggi non ripenso con amarezza a quel mondo in trasformazione. Non era diretto contro di noi. Seguiva semplicemente la propria evoluzione. Ma noi dovemmo imparare che i valori con cui avevamo costruito la nostra impresa non erano più sufficienti anche a proteggerla. La fiducia rimaneva importante.
L’onestà rimaneva importante. Per me una parola personale conservava il proprio valore. Ma, accanto a tutto questo, servivano anche accordi chiari. Struttura. Protezione finanziaria. E la disponibilità a tenere conto di un mondo in cui non ogni decisione veniva ancora presa tra due persone. Questo non significava che dovessi rinunciare alle mie convinzioni. Non dovevo diventare più duro o più diffidente. Dovevo soltanto comprendere che il calore umano e la prudenza negli affari potevano esistere fianco a fianco.
Per me una stretta di mano rimaneva l’inizio di ogni buona collaborazione. Ma dovevo imparare che non poteva più sostenere da sola tutte le fondamenta di un’impresa. Il mondo non aveva reso priva di valore la fiducia. Mi aveva soltanto insegnato che, per durare, a volte anche la fiducia ha bisogno di protezione.