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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Il peso che nessuno vede

Esiste un grande malinteso sugli imprenditori. La maggior parte delle persone vede soltanto ciò che è visibile dall’esterno. Una bella automobile. Un ufficio elegante. Un’agenda piena di appuntamenti. Viaggi d’affari all’estero. Riunioni. E ben presto nasce l’impressione che il successo arrivi da sé. Ciò che le persone non vedono sono le ore in cui un imprenditore è completamente solo. Quando tutti sono tornati a casa. Quando finalmente il telefono non squilla più.

Quando ritorna il silenzio. È proprio allora che spesso cominciano le conversazioni più difficili. Non con gli altri. Ma con te stesso. Ho conosciuto molte sere simili. Molte più di quante avrei voluto. Quando chiudevo a chiave dietro di me le porte della Piramide, il lavoro non rimaneva nell’edificio. Lo portavo a casa con me. Durante il viaggio la mia mente era colma di domande. Oggi ho preso la decisione giusta? Ho trascurato qualcosa d’importante?

I nostri investimenti produrranno davvero dei risultati? Ho dato sufficiente fiducia alle persone che contano su di me? A volte arrivavo a casa senza ricordare nemmeno chiaramente quale strada avessi percorso. Il mio corpo era al volante. Ma i miei pensieri erano ancora nella Piramide. Eppure facevo tutto il possibile per tenere quelle preoccupazioni fuori dalla nostra famiglia. Dorina e i bambini meritavano serenità. Non il peso dei miei problemi. Era così che pensavo allora.

Forse è questo uno degli errori più grandi che commettono molti imprenditori. Pensiamo di proteggere le persone che amiamo portando da soli ogni responsabilità. Tacciamo. Sorridiamo. Diciamo che tutto andrà bene. Ma così il peso diventa ogni giorno un po’ più grave. Oggi comprendo che proteggere non significa sempre dover tacere. A volte significa proprio fidarsi abbastanza di qualcuno da raccontargli ciò che accade davvero dentro di te. Allora non possedevo ancora quella saggezza.

Pensavo che essere forte significasse dover tenere per me le mie preoccupazioni. Ma non ero il solo a cominciare a sentire il peso del nostro sogno. Anche in Marco notai lentamente un cambiamento. Non era più soltanto il giovane traboccante di idee. Ora anche lui portava delle responsabilità. Progetti che dovevano essere completati in tempo. Collaboratori che contavano su di lui. Clienti con grandi aspettative. Problemi tecnici per i quali doveva trovare una soluzione.

Non ne parlava sempre. Ma io lo vedevo. Lo riconoscevo nel suo sguardo. Era lo stesso sguardo che anni prima avevo visto nella mia immagine riflessa allo specchio. Lo sguardo di chi continua a sorridere mentre i suoi pensieri non trovano mai veramente pace. Forse entrambi comprendevamo più di quanto ci dicessimo. Quando uno di noi dubitava, l’altro gli restituiva coraggio.

Quando io ero preoccupato, Marco mi indicava le possibilità.

Quando lui, per un momento, non vedeva una via d’uscita, gli ricordavo quanto avevamo già realizzato. Quella era la nostra forza. Ma forse, a volte, era anche la nostra vulnerabilità. Perché due ottimisti trovano quasi sempre una nuova ragione per andare avanti. Anche quando la realtà cerca di dire loro che è giunto il momento di fermarsi per un istante. Le nostre conversazioni raramente si concludevano con un vero punto finale. C’era sempre una possibilità successiva.

«Se questo progetto riesce...» «Se questa fabbrica accetta...» «Se questo nuovo programma viene completato...» La parola «se» manteneva viva la nostra speranza. Nel nostro vocabolario c’erano pochi punti finali. C’erano soprattutto nuovi inizi. Questo ci dava la forza di continuare a lavorare. Ma rendeva anche difficile riconoscere che non ogni nuovo tentativo avrebbe portato automaticamente a una svolta. La speranza è qualcosa di meraviglioso. Dà a una persona il coraggio di rialzarsi quando tutto diventa pesante.

Ma con la sola speranza non si pagano le fatture. Questa frase può sembrare dura. Eppure è una verità che ogni imprenditore, prima o poi, impara a conoscere. Fare impresa significa vivere continuamente tra la speranza e l’incertezza. Tra la fiducia e il dubbio. Tra ciò che vuoi realizzare e ciò che in quel momento è davvero possibile. Chi afferma di non aver mai dubitato, secondo me, non racconta tutta la storia.

Io ho dubitato spesso. Molto più spesso di quanto le persone intorno a me abbiano mai immaginato. Ma non ho mai smesso di credere che si potesse trovare nuovamente una soluzione. Quella fede mi teneva in piedi. Eppure oggi so che credere, da solo, non è sufficiente. Una persona deve anche avere il coraggio di parlare dei propri dubbi. Deve saper accettare aiuto. E deve comprendere che non è un segno di debolezza non voler più portare quel peso da sola.

Quando oggi incontro giovani imprenditori, spesso dico loro: «Abbiate il coraggio di sognare in grande.» Ma racconto loro anche che dietro ogni sogno si nasconde una grande responsabilità. Non per spaventarli. Ma per prepararli. Un’impresa non si costruisce soltanto con le idee. La si costruisce con il carattere. Con l’onestà. Con la perseveranza. Con il coraggio di prendere decisioni difficili. Ma anche con il coraggio di dire in tempo: «Non posso farcela da solo.»

Io stesso l’ho detto troppo poco. Ho portato molte preoccupazioni in silenzio. A volte con lacrime che nessuno ha mai visto. Quando oggi ripenso a quel periodo, non provo amarezza. Provo soprattutto rispetto. Rispetto per tutti coloro che ogni mattina si alzavano e continuavano a costruire insieme a noi il nostro sogno. Per Marco. Per Cristina. Per i nostri collaboratori. Per i produttori che credevano in noi. E anche per l’uomo che ero allora.

Non perché abbia fatto tutto nel modo giusto. Ma perché, nonostante i dubbi e le preoccupazioni, ogni mattina apriva nuovamente le porte della Piramide con la stessa convinzione: «Anche oggi daremo il meglio di noi stessi.» Una persona non può promettere sinceramente più di questo. E, per quanto mi riguarda, non ho mai voluto dare di meno.