Fin dove sei disposto ad arrivare?
Prima o poi ogni imprenditore raggiunge un momento in cui deve porsi una domanda difficile: «Fin dove sono disposto ad arrivare?» All’inizio tutto sembra ancora semplice. Hai un’idea. Lavori con passione. Arrivano i primi clienti. I primi successi ti danno coraggio. E ogni passo avanti conferma che hai scelto la strada giusta. Ma, man mano che un’impresa cresce, cambia anche il significato di quella domanda. A un certo punto non si tratta più soltanto del tuo futuro.
Ci sono collaboratori. Famiglie. Fornitori. Partner. Persone che hanno riposto in te la propria fiducia. Ogni decisione che prendi può avere conseguenze sulla loro vita. L’ho sempre sentito molto intensamente. Forse a volte persino troppo. Quando dovevamo investire nuovamente, non pensavo innanzitutto al profitto che forse ne avremmo ricavato. Pensavo alle persone che contavano su di noi. Non volevo deluderle. Per questo continuavo a cercare. Soluzioni. Nuove possibilità. Sistemi migliori. Avevo pensato così per tutta la vita.
Quando qualcuno diceva che qualcosa era impossibile, proprio allora cominciavo a riflettere. Non perché volessi dimostrare di avere ragione. Ma perché credevo davvero che esistesse una soluzione per quasi ogni problema. Quella convinzione mi aveva già aiutato ad attraversare periodi particolarmente difficili. Dopo la grave crisi del 1981 ero riuscito a ricostruire la mia vita. Sapevo che cosa potesse realizzare la perseveranza. Avevo già rischiato di perdere quasi tutto. Eppure mi ero rialzato.
Perché questa volta avrebbe dovuto essere diverso? Quell’esperienza mi dava forza. Ma forse mi fece anche credere troppo a lungo che la sola perseveranza fosse sufficiente a superare ogni crisi. Con Piramedia, la domanda su fin dove fossi disposto ad arrivare acquistò un significato ancora più profondo. Non si trattava soltanto di un’impresa. Si trattava anche di Marco. Mio figlio. Il mio socio. Il giovane con cui condividevo un sogno. Marco era giovane.
Pieno di energia. Pieno di idee. Dove gli altri vedevano limiti, lui scopriva nuove possibilità. Era una qualità che ammiravo immensamente in lui. A volte lo osservavo in silenzio. Allora rivedevo qualcosa del giovane che un tempo ero stato anch’io. Ma Marco possedeva anche un talento che la mia generazione non aveva mai imparato a conoscere nello stesso modo. Comprendeva i computer come se fossero per lui una seconda lingua.
Riusciva a immaginare possibilità che allora, per la maggior parte delle persone, erano ancora quasi inconcepibili. Spesso ascoltavo mentre mi spiegava un nuovo concetto. Non comprendevo sempre immediatamente ogni dettaglio tecnico. Ma vedevo la luce nei suoi occhi. Sentivo la convinzione nella sua voce. E percepivo quanto fosse profonda la sua passione. Una cosa simile non si può insegnare a nessuno. Nasce da dentro. Non volevo frenare quella passione. Volevo proteggerla.
Volevo offrire a Marco la possibilità di scoprire fin dove il suo talento avrebbe potuto condurlo. Forse era anche per questo che, a volte, ero disposto ad andare più lontano di quanto agli altri sembrasse ragionevole. Non per incoscienza. Ma per amore. Amore per mio figlio. Amore per il nostro sogno condiviso. E amore per tutti coloro che, insieme a noi, credevano che potessimo costruire qualcosa capace di fare davvero la differenza.
Oggi comprendo che l’amore a volte può rendere cieca una persona. Non necessariamente cieca davanti alla realtà. Ma davanti ai propri limiti. Continui a ripeterti: «Ancora uno sforzo.» «Ancora un investimento.» «Ancora un passo.» Perché sei convinto che la svolta sia vicina. A volte è davvero così. Altre volte no. Ma quando il tuo cuore è completamente legato a un sogno, diventa sempre più difficile stabilire dove finisca la perseveranza e dove cominci il sacrificio eccessivo di te stesso.
Allora non vedevo sempre quella distinzione. Sapevo soltanto che non volevo deludere Marco e le persone intorno a noi. Per questo continuavo a dare. Il mio tempo. La mia energia. La mia fiducia. E, ogni volta di nuovo, una parte della sicurezza che avrei potuto conservare per me stesso. Alcune circostanze che si verificarono in seguito mi procurarono dolore. Con le conoscenze di oggi, forse compirei diversamente determinate scelte. Ma non ho mai rimpianto la fiducia che riposi in Marco.
E nemmeno rimpiango la sincerità con cui lavorammo al nostro sogno. Ogni sera, quando chiudevo dietro di me le porte della Piramide, sapevo che quel giorno avevamo dato tutto ciò che era nelle nostre possibilità. In un momento simile, una persona non può fare di più. Per questo, quando oggi ripenso a quegli anni, provo ancora orgoglio. Non perché tutto sia diventato come avevamo sperato. Ma perché non ci siamo mai impegnati a metà.
Ci siamo donati completamente. Abbiamo vissuto il nostro sogno con tutto il cuore. Questa è, nello stesso tempo, la forza più grande e il rischio più grande di un idealista. Un idealista non pensa soltanto con la ragione. Pensa anche con il cuore. E un cuore che ama non sempre riconosce i propri limiti. Soltanto molto più tardi ho compreso che una persona non deve cambiare il proprio cuore. Ma che a volte deve proteggerlo meglio.
Se oggi mi trovassi nuovamente davanti alle stesse scelte, continuerei a credere in Marco. Vorrei ancora offrirgli la possibilità di sviluppare il proprio talento. Sarei ancora disposto a compiere sacrifici per un sogno nel quale credevamo insieme. Ma forse, di tanto in tanto, mi fermerei un po’ più a lungo. Per domandare onestamente a me stesso: «Questo prossimo passo è ancora un atto di coraggio? Oppure il sogno ormai ci chiede più di quanto possiamo continuare a dare?» Allora non possedevo ancora quella saggezza. Ma non vorrei perdere per nulla al mondo il cuore con cui compii quelle scelte. Perché senza quel cuore non sarei mai diventato l’uomo che sono oggi. Senza quel cuore non avrei mai incontrato, aiutato e riunito tante persone. E senza quel cuore nemmeno questa storia sarebbe mai esistita.