Quando il vento cominciò lentamente a cambiare
Non sempre ti accorgi dell’avvicinarsi di una tempesta quando sei completamente assorbito dal lavoro. È così che vissi quel periodo. Eravamo tanto occupati a costruire il futuro che quasi non ci prendevamo il tempo di guardare indietro. Ogni giorno portava nuove riunioni. Nuovi clienti. Nuove dimostrazioni. Nuovi progetti. E ogni volta avevamo la sensazione di aver appena cominciato. Eppure c’erano dei segnali. Piccoli segnali. Quasi impercettibili. Alcuni produttori cominciarono a investire con maggiore prudenza.
Decisioni che un tempo venivano prese durante una sola riunione rimanevano ora in sospeso per settimane. A volte persino per mesi. Sentivo sempre più spesso le stesse parole: «Aspettiamo ancora un po’.» «Nella situazione attuale è meglio essere prudenti.» «Ne riparleremo il prossimo trimestre.» Presi separatamente, quei segnali non sembravano significare molto. Ogni imprenditore conosce periodi in cui le decisioni richiedono più tempo. Ma, insieme, cominciavano lentamente a formare uno schema. La naturalezza con cui prima si guardava al futuro scomparve.
Al suo posto arrivò l’esitazione. Notai quel cambiamento anche tra i nostri clienti. Gli architetti rimanevano entusiasti. Continuavano a vedere le possibilità offerte dai nostri sistemi e dalle nostre presentazioni. Ma i loro clienti diventavano più prudenti. I progetti venivano rinviati. I budget diventavano più piccoli. I piani venivano semplificati. Nessuno parlava apertamente di una crisi. Eppure tutti sentivano che la fiducia degli anni precedenti non era più scontata. La parola che sentivamo sempre più spesso era:
«Più tardi.» Per un’impresa in continuo sviluppo, quel rinvio divenne un nuovo problema. Non potevamo interrompere ogni volta i nostri progetti. La tecnologia continuava a cambiare. Le aspettative del mercato continuavano ad aumentare. E chi voleva sviluppare qualcosa di nuovo doveva continuare a investire. Marco vedeva in quei cambiamenti soprattutto una ragione per continuare a innovare. «Papà», diceva spesso, «se continueremo a innovare, continueremo a essere importanti.» Ammiravo la sua convinzione.
Era la stessa convinzione che mi aveva spinto negli anni della mia giovinezza. E, a dire il vero, ci credevo ancora anch’io. Perché come si può avanzare se non si è disposti a continuare a innovare? Ma ogni innovazione aveva anche un prezzo. Nuovi computer. Nuovi programmi. Nuovi corsi di formazione. Nuovi collaboratori. Ogni passo avanti richiedeva tempo, energia e risorse finanziarie. Proprio nel momento in cui il mercato diventava più prudente, noi dovevamo decidere quanto ancora potessimo investire nel futuro.
Era il difficile equilibrio che cercavo continuamente. Chi rimane fermo, prima o poi viene superato. Ma chi avanza troppo rapidamente corre il rischio di perdere l’equilibrio. Non volevo frenare per paura. Ma non potevo nemmeno dimenticare quante persone dipendessero dalle nostre decisioni. I nostri collaboratori contavano ogni mese sul proprio stipendio. Le loro famiglie contavano su di loro. I produttori facevano affidamento sulla nostra rappresentanza. I clienti si aspettavano che mantenessimo le nostre promesse.
Per questo ogni decisione riguardava molto più di un nuovo progetto. Portavo con me quella responsabilità ogni giorno. Forse era anche la ragione per cui, in quel periodo, dormivo sempre meno. Non perché fossi preoccupato soltanto per me stesso. Ma perché mi domandavo se sarei riuscito a continuare a offrire sufficiente sicurezza a tutti coloro che contavano su di noi. Non mostravo facilmente agli altri quel peso. Quando entravo nella Piramide, cercavo di trasmettere calma e fiducia.
Continuavo a fare progetti. Continuavo a cercare soluzioni. E continuavo a credere che la speranza dovesse essere più forte della paura. Oggi a volte mi domando se allora sia stato troppo ottimista. Forse sottovalutai alcuni rischi. Forse credetti troppo a lungo che ogni difficoltà potesse essere superata, purché continuassimo a lavorare abbastanza duramente. Ma non rimprovero all’uomo che ero allora di aver continuato a credere. Senza fede non nasce alcuna impresa. Senza fiducia nessun sogno ha la possibilità di diventare realtà.
Ciò che compresi davvero soltanto più tardi è che convinzione e prudenza non devono necessariamente escludersi a vicenda. Un imprenditore ha bisogno di coraggio. Ma anche di limiti. Deve avere il coraggio di guardare avanti. Ma deve anche essere disposto a riconoscere quando le circostanze sono cambiate. Noi agimmo mossi dalla convinzione. Con onestà. E con il desiderio sincero di costruire qualcosa destinato a durare.
Il fatto che in seguito le circostanze abbiano preso una direzione diversa da quella sperata non diminuisce la purezza delle nostre intenzioni. Ma le buone intenzioni, da sole, non possono proteggere un’impresa da ogni tempesta. Quando ora ripenso a quei mesi, vedo una nave che continua tranquillamente a seguire la propria rotta. Dall’esterno il mare sembra ancora calmo. L’equipaggio svolge il proprio lavoro come sempre. Le persone ridono. Fanno progetti. Ma al timone senti che il vento sta lentamente cambiando direzione.
Non sai ancora da dove arriverà la tempesta. E nemmeno quanto sarà violenta. Ma nel profondo senti che sta cominciando una nuova stagione. Era così che mi sentivo allora. Non potevo prevedere il futuro. Ma una cosa la sapevo con certezza: qualunque cosa fosse accaduta, non mi sarei arreso facilmente. Avevo già imparato quella lezione dopo la crisi del 1981. Una persona può perdere molto. Ma finché conserva il coraggio di rialzarsi, non ha perduto tutto.
Portavo con me ogni giorno quella convinzione. Non perché pensassi che non sarei mai più caduto. Ma perché sapevo che avrei sempre cercato nuovamente di trovare la forza per rialzarmi. Ciò che allora non avrei potuto immaginare era quanta forza mi avrebbero davvero richiesto le prove che ci attendevano.