L’imprenditore che non sapeva ancora di esserlo
Quando oggi ripenso a quei primi anni della mia vita professionale, la gratitudine è il primo sentimento che affiora in me. Imparai moltissimo. Non soltanto sul caffè. Non soltanto sulla vendita. Ma soprattutto sulle persone. Alla FAEMA e, più tardi, da Douwe Egberts ebbi l’opportunità di conoscere clienti e imprese molto diversi tra loro. Piccole aziende familiari. Grandi istituzioni. Ogni visita era diversa. Ogni cliente aveva aspettative differenti. E ogni giorno portava nuove esperienze.
Eppure, lentamente, qualcosa cominciò a crescere nel profondo di me. Non era insoddisfazione. Non era il desiderio di andarmene senza motivo. Era un sogno. Sempre più spesso mi chiedevo: «E se un giorno costruissi qualcosa di mio?» Non perché sognassi di diventare ricco. Il denaro non è mai stato la forza trainante della mia vita. Ciò che mi affascinava era qualcos’altro. La libertà di sviluppare le mie idee. Di immaginare nuove soluzioni.
Di assumermi personalmente la responsabilità delle decisioni che prendevo. Quel modo di pensare era già presente dentro di me. Alla FAEMA. Da Douwe Egberts. E più tardi anche presso Groep Riem. Ovunque lavorassi, non guardavo mai soltanto ciò che già esisteva. Quasi automaticamente guardavo ciò che poteva essere migliorato. A volte questo rendeva la vita più complicata. Perché chi vede continuamente possibilità di miglioramento vede anche continuamente cose che restano da fare.
Mi riusciva difficile lasciarmi semplicemente alle spalle un problema. Quando la sera tornavo a casa, il lavoro non finiva sempre nel momento in cui mi toglievo la giacca. La mia mente continuava a lavorare. Persino quando eravamo seduti insieme a tavola, a volte pensavo ancora a un cliente che avevo visitato quel giorno. A una macchina che avrebbe potuto essere progettata in modo più semplice. A un problema per il quale poteva forse esistere una soluzione migliore.
Dorina mi conosceva. A volte mi guardava e sorrideva. «Stai ancora lavorando... nella tua testa.» E aveva ragione. Il mio corpo era seduto a casa, a tavola. Ma i miei pensieri percorrevano talvolta ancora le strade del Belgio. Non perché fossi infelice. Al contrario. Amavo il mio lavoro. Ma amavo ancora di più la ricerca. Il comprendere. Il vedere possibilità. Il collegare idee che, a prima vista, forse non avevano nulla a che fare l’una con l’altra.
Molte persone pensano che si diventi imprenditori il giorno in cui si fonda la prima impresa. Oggi non lo credo più. Forse un imprenditore nasce molto prima. Nel momento in cui guarda qualcosa e pensa: «Deve pur esserci un modo migliore.» Riconoscevo sempre più chiaramente quella sensazione dentro di me. Sentivo di non essere fatto per seguire la stessa routine per tutta la vita. Avevo troppe idee. Troppa curiosità. Troppo desiderio di creare qualcosa.
Alcune persone trovano pace nella sicurezza. Io la trovavo spesso in una nuova sfida. Ciò non significava che fossi sconsiderato. Al contrario. Riflettevo attentamente sulle cose. Forse, a volte, persino troppo a lungo. Ma non appena ero convinto della validità di un’idea, mi impegnavo fino in fondo. Anche quando gli altri dubitavano. Molti anni dopo avrei compreso che proprio quella caratteristica sarebbe diventata tanto uno dei miei più grandi punti di forza quanto una delle mie maggiori debolezze.
Perché chi sceglie di percorrere strade nuove corre il rischio di smarrirsi. Ma ha anche la possibilità di scoprire luoghi ai quali altrimenti non sarebbe mai arrivato. Mentre continuavo a viaggiare per il Belgio e a visitare i miei clienti, vedevo inoltre cambiare il mondo intorno a me. La ristorazione cambiava. Le aspettative dei clienti cambiavano. Facevano il loro ingresso nuove tecnologie. Le imprese cominciavano a lavorare in modo più professionale.
Sentivo che stavano nascendo opportunità per le persone che non guardavano soltanto ciò che esisteva oggi, ma cercavano anche di vedere ciò di cui ci sarebbe stato bisogno domani. Quella capacità di guardare un po’ oltre l’orizzonte mi è rimasta accanto per tutta la vita. A volte, con le mie idee, ero in anticipo di alcuni anni sul mio tempo. Può sembrare una cosa bella. Ma nella realtà non è sempre un vantaggio.
Una buona idea che arriva troppo presto può essere difficile quanto una cattiva idea. Non tutte le idee trovano subito il momento giusto. Alcune devono aspettare che il mondo sia pronto ad accoglierle. Più tardi lo avrei sperimentato più di una volta. Ma in quegli anni non sapevo ancora nulla di tutto questo. Sentivo soltanto che il mio desiderio di indipendenza diventava sempre più forte. Lentamente. Non da un giorno all’altro. Cresceva come un seme che mette radici sotto terra.
Per molto tempo non si vede nulla. Finché un giorno un piccolo germoglio verde spunta dal terreno. Così accadde anche a me. Non sapevo ancora quale impresa avrei fondato un giorno. Non ne conoscevo ancora il nome. Non sapevo quali successi mi attendessero. E certamente neppure quali difficoltà. Ma nel profondo del cuore sentivo che un giorno avrei seguito la mia strada. Non per diventare più importante di qualcun altro. Non per diventare famoso.
E neppure per diventare ricco. Ma per essere libero. Libero di cercare soluzioni migliori. Libero di dare una possibilità alle mie idee. Libero di assumermi la responsabilità delle mie decisioni. E persino libero di commettere errori. Perché ho sempre creduto che chi non commette mai errori, probabilmente non abbia neppure mai avuto il coraggio di tentare qualcosa di nuovo. Nella mia vita ho commesso degli errori. Più di uno. Ci furono momenti in cui mi fidai troppo in fretta delle persone.
Momenti in cui rimasi aggrappato a certi sogni più a lungo di quanto forse fosse bene per me. Momenti in cui il mio entusiasmo fu più forte della mia prudenza. Ma ogni errore mi ha insegnato qualcosa. E senza quegli errori non sarei mai diventato l’uomo che sono oggi. Forse è per questo che ora riesco a ripensare a quegli anni con tanta serenità. Non perché tutto sia sempre finito bene. Non è certo così.
Ma perché so di aver sempre cercato di agire con onestà e integrità. Tentavo. Cadevo. Imparavo. E ripartivo ancora una volta. Quando oggi ripenso a quel giovane rappresentante che attraversava tutto il Belgio da un cliente all’altro, vedo qualcosa che lui stesso allora non poteva ancora vedere. Vedo l’imprenditore che sarebbe diventato in seguito. In realtà era già lì. Nella sua curiosità. Nella sua ostinazione. Nelle sue idee. Nel suo desiderio di migliorare le cose.
E nel suo bisogno di poter scegliere un giorno la propria strada. L’unica differenza era... Lui stesso non lo sapeva ancora. A volte sembra che la vita conosca già il nostro futuro molto prima che noi riusciamo a immaginarlo. E forse è proprio questo uno dei misteri più belli della vita.