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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Le prime crepe

Quando oggi mi guardo indietro, a volte mi domando quando il vento abbia cominciato a cambiare direzione. Non saprei indicare una data precisa. Non ci fu una mattina particolare in cui aprii la porta della Piramide e improvvisamente compresi che tutto sarebbe cambiato. La vita non funziona così. I grandi cambiamenti raramente si annunciano con rumore e drammaticità. Di solito cominciano con piccoli segnali. Segnali che in quel momento sembrano troppo insignificanti perché vi si presti attenzione.

In quegli anni la quantità di lavoro continuava ad aumentare. Arrivavano nuovi progetti. Nuovi produttori volevano collaborare con noi. Sempre più persone bussavano alla nostra porta con nuove idee. Di per sé, naturalmente, era un fatto positivo. Ma nello stesso tempo cominciai lentamente a rendermi conto che forse stavamo andando in troppe direzioni contemporaneamente. Durante il giorno ricevevamo visitatori. Nello stesso tempo bisognava preparare i preventivi. Lo sviluppo dei programmi doveva continuare.

Le dimostrazioni dovevano essere organizzate. Le nuove collezioni dovevano essere installate. I nostri viaggi in Italia rimanevano necessari. E, nel frattempo, anche il lavoro amministrativo non finiva mai. Le fatture dovevano essere pagate. Gli stipendi dovevano essere versati puntualmente. Gli impegni dovevano essere rispettati. A volte sembrava che un solo giorno non fosse più sufficiente. Ricordo una sera in cui camminavo da solo nello showroom. Le luci erano già state spente.

Soltanto l’illuminazione di emergenza proiettava ancora un tenue chiarore sulle esposizioni di ceramica. Mi fermai per un momento. Non perché fossi stanco. Ma perché, per la prima volta, sentii davvero il peso di tutto ciò che portavamo sulle nostre spalle. Pensai ai nostri collaboratori. Alle fabbriche che ci avevano accordato la loro fiducia. Ai clienti che contavano su di noi. E naturalmente a Marco. Dava tutto ciò che aveva dentro di sé.

Forse persino più di me. Aveva un desiderio inesauribile di migliorare ogni cosa. Non appena un programma funzionava, vedeva già come potesse essere perfezionato. Non appena un sito web era pronto, pensava già alla versione successiva. Amavo in lui quel perfezionismo. Ma a volte mi preoccupava. «Marco», gli dicevo ogni tanto, «non è necessario che tutto sia pronto oggi.» Allora sorrideva e rispondeva: «Papà, se non lo facciamo noi, domani lo farà qualcun altro.»

Marco era così. Viveva sempre un passo avanti. Lo aveva imparato da me? Oppure, in questo, ci eravamo stimolati a vicenda ad andare sempre più lontano? Quando oggi ci ripenso, credo che probabilmente fossero vere entrambe le cose. Anche la tecnologia stessa cambiava a un ritmo incredibile. Computer che soltanto un anno prima sembravano quanto di più moderno esistesse diventavano improvvisamente già superati. I nuovi programmi richiedevano macchine sempre più potenti.

Internet cominciava lentamente a entrare a far parte del mondo delle imprese. La posta elettronica cambiava il modo in cui le persone comunicavano tra loro. Tutti si aspettavano che le informazioni fossero disponibili sempre più rapidamente. Noi cercavamo continuamente di stare al passo con tutti quei cambiamenti. Ma per farlo non serviva soltanto tempo. Erano necessari anche continui nuovi investimenti. E a ogni passo dovevamo compiere scelte difficili. In che cosa dovevamo investire per prima cosa?

Quale sviluppo doveva avere la precedenza? Quale cliente aveva bisogno oggi del nostro aiuto? Quale sogno poteva ancora aspettare? Nessuna di quelle decisioni era semplice. Eppure continuavo a essere convinto che stessimo andando nella direzione giusta. Forse ero persino troppo ottimista. Credevo nelle persone. Credevo che una promessa dovesse essere mantenuta. Che una stretta di mano significasse ancora qualcosa. Che la fiducia fosse più forte della diffidenza. Quelle convinzioni mi hanno donato amicizie meravigliose.

Ma mi hanno anche reso vulnerabile. Allora non lo comprendevo ancora. Quando oggi ripenso a quegli anni, non vedo persone che volevano commettere degli errori. Vedo persone che cercavano con tutto il cuore di costruire qualcosa di speciale. Forse eravamo troppo ambiziosi. Forse cercavamo di realizzare troppe cose contemporaneamente. Ma non agivamo mai soltanto nel nostro interesse. Dietro tutto ciò che intraprendevamo c’era la stessa convinzione: che fosse possibile far progredire un intero settore.

Quella fede ci teneva in piedi. Anche quando cominciarono a diventare visibili le prime piccole crepe. Perché un sogno raramente crolla in un solo giorno. Prima viene messo alla prova. E soltanto molti anni dopo, a volte, comprendiamo che quelle prime prove annunciavano l’inizio di un capitolo completamente nuovo della nostra vita. Allora non lo sapevamo ancora. Continuavamo semplicemente a lavorare. Continuavamo a sperare. E, soprattutto... continuavamo a credere. Perché senza quella fede Piramedia non sarebbe mai esistita.

E senza quella fede non saremmo mai arrivati tanto lontano.