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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Il prezzo di un sogno

Quando oggi le persone guardano un’impresa di successo, di solito ne vedono soltanto il risultato finale. Vedono gli edifici. Le automobili. I dipendenti. I successi. Ciò che non vedono sono le notti insonni. I dubbi. Il peso della responsabilità che ogni imprenditore porta sulle proprie spalle. Per Piramedia non era diverso. Man mano che il nostro progetto cresceva, aumentavano anche le nostre responsabilità. A un certo punto non si trattava più soltanto di me.

E nemmeno soltanto di Marco e Cristina. C’erano dipendenti che ogni mese contavano sul proprio stipendio. Produttori che ci accordavano la loro fiducia affinché rappresentassimo le loro collezioni. Clienti che affidavano i loro progetti alle nostre mani. Ogni decisione ebbe improvvisamente conseguenze molto più grandi. Quando lavoravo da solo, potevo permettermi determinati rischi. Se qualcosa andava storto, ero io a sopportarne le conseguenze. Ma ora mi sentivo responsabile di molte altre persone.

Questo cambiò il mio modo di pensare. Prima di ogni decisione importante riflettevo tre volte. Non perché avessi perduto il coraggio. Ma perché non volevo deludere nessuno. Eppure il mio carattere rimase esattamente lo stesso. Una volta presa una decisione, se credevo davvero in qualcosa, mi impegnavo completamente. Senza esitare. Senza risparmiarmi. Forse persino troppo. Ci furono momenti in cui Dorina mi diceva con delicatezza che avrei dovuto pensare un po’ di più anche a me stesso.

Che non potevo continuare a portare tutto da solo. Allora sorridevo. Nel profondo sapevo che aveva ragione. L’unico problema era... che semplicemente non sapevo essere diverso. Quando donavo il mio cuore a un progetto, lo donavo interamente. Non ho mai imparato a fare qualcosa a metà. Forse quella era la mia forza più grande. E forse, allo stesso tempo, era anche la mia più grande debolezza. Nel frattempo, la vita nella Piramide continuava a pieno ritmo.

Ogni settimana portava una nuova idea. Un nuovo contatto. Un nuovo progetto. Un nuovo piano. A volte sembrava che sognassimo più velocemente di quanto riuscissimo a trasformare i nostri sogni in realtà. In questo Marco era esattamente come me. Prima ancora che un’idea fosse stata sviluppata completamente, pensava già alla successiva. Il suo entusiasmo era contagioso. Ma faceva anche sì che continuassimo a sfidare noi stessi per andare sempre più lontano. Non ci accontentavamo mai di qualcosa che fosse soltanto «abbastanza buono».

Volevamo sempre migliorarlo. Questo significava anche che continuavamo a investire. In nuovi computer. Nuovi programmi. Nuovi sistemi di presentazione. Nuovi corsi di formazione. Quasi tutto ciò che entrava nell’impresa veniva immediatamente reinvestito nell’ulteriore sviluppo della nostra visione. Alcune persone non lo capivano. «Perché non vi prendete finalmente il tempo di godervi ciò che avete già costruito?» Ho sentito spesso quella domanda. La mia risposta era sempre la stessa. «Perché non abbiamo ancora finito.»

Oggi so che ogni imprenditore deve anche imparare a fermarsi di tanto in tanto. Ad apprezzare ciò che è già stato realizzato. Ho imparato troppo tardi quella lezione. Vivevo sempre con lo sguardo rivolto al domani. Il presente non mi sembrava mai del tutto compiuto. C’era sempre qualcosa che poteva essere migliorato. Sempre un’altra idea in attesa di essere sviluppata. Quando oggi ripenso a quegli anni, non provo rimpianto. Provo invece comprensione.

Perché la vita mi ha insegnato che il successo non significa soltanto costruire qualcosa. Il successo significa anche saper conservare un equilibrio. Tra l’ambizione e il riposo. Tra i sogni e la realtà. Tra il lavoro e la vita stessa. Avrei compreso davvero quella lezione soltanto molto più tardi. Allora pensavo che il tempo fosse infinito. Che ci sarebbe sempre stato un altro domani. Un altro progetto. Un’altra possibilità. Forse è proprio questa la più grande illusione di ogni imprenditore appassionato.

Pensiamo sempre che in seguito avremo ancora tempo. Ma il tempo trascorso non ritorna mai più. Eppure, se mi trovassi nuovamente davanti alle stesse scelte, cercherei ancora di costruire qualcosa che potesse aiutare altre persone ad andare avanti. Soltanto... qualche volta tornerei a casa un po’ prima. Per bere tranquillamente una tazza di caffè insieme a Dorina. Per ascoltare un po’ più a lungo Marco e Michael. Per fermarmi più spesso e godere di ciò che avevamo già realizzato insieme.

Perché, alla fine, non sono gli edifici a rendere ricca una vita. Non i contratti. Non i risultati finanziari. Sono le persone con le quali abbiamo avuto il privilegio di condividere una parte del cammino della nostra vita. Questa è la ricchezza più grande che ho portato con me da quegli anni. Ed è una ricchezza che nessuno potrà mai portarmi via.