La Piramide di vetro
Ciò che era cominciato intorno al tavolo della nostra cucina, a un certo punto ebbe bisogno di un luogo tutto suo. Ci sono edifici che dimentichi appena li lasci. E ce ne sono altri che rimangono per sempre parte della tua vita. Per me, la Piramide di vetro di Lummen, vicino al grande nodo stradale in cui si incontrano diverse autostrade, fu uno di quei luoghi. La prima volta che la vidi, mi fermai per un momento.
Non era un normale edificio per uffici. Aveva qualcosa di speciale. Era quasi come se l’edificio mi sussurrasse: «Questo è un luogo in cui possono nascere nuove idee.» Era soltanto la mia immaginazione? Forse. Forse no. L’unica cosa che so è che sentii immediatamente che quello era il luogo in cui volevo far crescere il nostro sogno. All’inizio degli anni Novanta, il mondo cambiava sempre più rapidamente. I computer cominciavano lentamente a entrare nelle aziende.
Il fax era diventato uno strumento indispensabile. I telefoni cellulari cominciavano timidamente a fare il loro ingresso nella vita quotidiana. Eppure, il settore della ceramica continuava a lavorare quasi come vent’anni prima. Con cataloghi. Listini stampati. Calcoli fatti a mano. Fotografie. E campioni. Ero convinto che il futuro sarebbe stato diverso. Non soltanto per le fabbriche. Ma anche per gli architetti. I rivenditori di piastrelle. I posatori. Per tutti coloro che lavoravano ogni giorno con materiali ceramici.
Marco condivideva quella convinzione. Non si limitava ad ascoltare attentamente le mie idee. Le sviluppava ulteriormente. Dove io vedevo i problemi pratici del nostro settore, lui vedeva le possibilità che i computer potevano offrire. Una sera, dopo un’altra lunga conversazione sui nostri progetti, Marco mi guardò e disse: «Papà, se vogliamo farlo davvero, dobbiamo anche avere il coraggio di pensare in grande.» Quelle parole non le ho mai dimenticate. Perché aveva ragione.
Un piccolo ufficio non sarebbe bastato. Avevamo bisogno di spazio. Spazio per riunire le persone. Spazio per le dimostrazioni. Spazio per i computer. Spazio nel quale il futuro potesse diventare visibile. Fu così che nel 1995 arrivammo alla Piramide di vetro di Lummen. Affittammo circa quattrocento metri quadrati. A molti sembrò una follia completa. Alcuni ci consideravano addirittura dei sognatori. «Che cosa mai faranno due persone con tutto quello spazio?» Io mi limitavo a sorridere.
Perché nella mia mente quello spazio era già completamente pieno. Non di mobili. Ma di idee. Volevamo creare un luogo d’incontro. Un centro nel quale produttori italiani, francesi e spagnoli potessero presentare le loro collezioni. Dove gli architetti potessero scoprire nuovi materiali. Dove gli importatori potessero seguire corsi di formazione. Dove i computer non fossero più utilizzati soltanto per scrivere lettere, ma anche per rendere visibili interi progetti prima ancora che fosse posata la prima piastrella.
Oggi tutto questo sembra perfettamente normale. Allora sembrava quasi fantascienza. Ricordo ancora bene il giorno in cui sistemammo i primi mobili. Ogni scrivania venne collocata con cura. Ogni computer rappresentava un investimento nel futuro. Collegammo i telefoni. Ben presto il fax sembrò ricevere quasi ininterrottamente nuovi messaggi. Poco a poco, la Piramide prese vita. Nella Piramide cominciai anche a collaborare con Cristina. Marco la conosceva già fin dai tempi degli studi. Aveva la stessa apertura mentale.
La stessa disponibilità a lavorare duramente. E la stessa inesauribile curiosità. Fin dal primo giorno, non si comportò mai come una semplice collaboratrice. Entrò immediatamente a far parte del nostro sogno. Questo era visibile in tutto ciò che faceva. Quando la sera rimaneva ancora del lavoro da terminare, tutti restavano spontaneamente ad aiutare. Nessuno guardava l’orologio. Guardavamo soltanto ciò che restava da fare. Regnava un entusiasmo difficile da esprimere a parole.
Credevamo davvero di poter costruire qualcosa che avrebbe cambiato il nostro settore. Forse eravamo ingenui. Forse eravamo semplicemente un po’ in anticipo sui tempi. Probabilmente eravamo un po’ entrambe le cose. Fu proprio questo a rendere quegli anni così speciali. Facevamo molto più che lavorare. Ridevamo. Discutevamo. Mangiavamo insieme. Alcune delle nostre idee migliori nacquero durante il pranzo, su un angolo di una tovaglia di carta.
Una semplice osservazione di un cliente poteva diventare, già il giorno seguente, la base di una soluzione completamente nuova. Tutti partecipavano con le proprie idee. Tutti avevano qualcosa di prezioso da offrire. Ancora oggi, quando chiudo gli occhi, riesco a sentire il rumore delle tastiere. Il fax che stampava un altro messaggio proveniente dall’Italia. Marco che entrava entusiasta con l’ennesima nuova idea. Cristina che accoglieva i visitatori con il suo sorriso sincero.
E io... Che passavo da una scrivania all’altra. A volte stanco. Spesso preoccupato. Ma, soprattutto, felice. Perché avevo la sensazione di fare finalmente proprio ciò per cui avevo lavorato tutta la vita. Non semplicemente riempire un edificio. Ma riunire le persone intorno a un sogno condiviso. Per noi, la Piramide di vetro non fu mai soltanto un ufficio. Era un laboratorio di idee. Un luogo nel quale l’esperienza e la gioventù si incontravano.
Dove l’Italia e il Belgio si univano. Dove il passato e il futuro si tendevano la mano. Quando oggi ripenso a quegli anni, non è il vetro la prima cosa che vedo davanti a me. Vedo le persone. Perché erano loro la vera luce che faceva risplendere la Piramide.
