Un’idea che andava ben oltre la ceramica
I pannelli espositivi mi avevano mostrato quanta differenza potesse fare un modo migliore di presentare i prodotti. Ma più a lungo lavoravo nel mondo della ceramica, più chiaramente mi rendevo conto che il problema andava ben oltre il modo in cui una piastrella veniva esposta in uno showroom. Mancava qualcosa nel modo in cui funzionava il nostro intero settore. La qualità dei prodotti migliorava anno dopo anno. Le fabbriche investivano in nuove tecnologie.
I formati delle piastrelle diventavano sempre più grandi. I disegni diventavano più raffinati. Eppure, il modo in cui tutti quei prodotti e quelle informazioni arrivavano al cliente rimaneva quasi immutato. Gli architetti sfogliavano ancora pesanti cataloghi. I rivenditori trascinavano grandi pannelli espositivi da uno showroom all’altro. Gli importatori lavoravano con pile di listini prezzi che dovevano essere aggiornati continuamente. I preventivi venivano ancora calcolati a mano. E alla minima modifica, spesso bisognava ricominciare tutto da capo.
Osservavo tutto questo con crescente curiosità. Non perché quel modo di lavorare fosse sbagliato. Ma perché ero convinto che dovesse essere possibile fare tutto in modo più semplice ed efficiente. Una domanda non mi dava più pace: «Non sarebbe possibile collegare tra loro tutti quei passaggi separati?» Durante i miei lunghi viaggi in automobile continuavo a pensarci. La sera sedevo al tavolo della nostra cucina e riempivo di schizzi un foglio dopo l’altro.
Non disegnavo nuove piastrelle. Disegnavo un nuovo modo di lavorare. Immaginavo un sistema che permettesse a un architetto di vedere immediatamente come sarebbe apparso un ambiente una volta completato. Un sistema grazie al quale un rivenditore non avrebbe più dovuto trascorrere ore a fare calcoli. Un sistema nel quale colori, formati, prezzi e informazioni tecniche fossero tutti collegati tra loro. Oggi sembra del tutto scontato. Ma allora pareva quasi impossibile. In molte imprese i computer erano ancora tutt’altro che comuni.
Per molte persone erano macchine complesse e sconosciute. Per me rappresentavano qualcosa di completamente diverso. Una possibilità. Non perché fossi un programmatore. Non lo ero. Ma perché intuivo che la tecnologia poteva aiutare le persone. Non sostituirle. Aiutarle. Poco a poco cominciai a parlare sempre più spesso con Marco di quelle idee. Era ancora giovane. Ma vedevo già in lui la stessa curiosità che aveva spinto me alla sua età. Quando parlavamo del futuro, non vedeva ostacoli.
Vedeva possibilità. Questo mi toccava profondamente. A volte restavamo seduti insieme per ore al tavolo della cucina. Fra noi spesso non c’era altro che un foglio di carta. Io disegnavo come immaginavo potesse funzionare un sistema del genere. Marco portava poi l’idea un passo più avanti. Poneva domande alle quali io stesso non avevo ancora pensato. Poco a poco cominciò a nascere qualcosa di speciale. Non soltanto un’idea. Ma un sogno che condividevamo.
Per la prima volta sentii che Marco e io non ci completavamo soltanto come padre e figlio. Cominciavamo anche a ispirarci professionalmente. Io portavo l’esperienza che avevo maturato sul campo durante tutti quegli anni. Marco portava il suo sguardo aperto sulla tecnologia e sul futuro. Insieme ci completavamo magnificamente. In quel momento non avevo ancora idea di dove quella strada ci avrebbe infine condotti. Sapevo soltanto che volevamo costruire insieme qualcosa che potesse far progredire davvero il nostro settore.
Non per impressionare gli altri. Non per diventare i più grandi. Ma perché credevamo che le persone meritassero strumenti migliori. Ripensandoci oggi, capisco che le prime linee di quello che sarebbe poi diventato Piramedia non furono tracciate in un ufficio. Nacquero a casa nostra. Intorno al tavolo della cucina. Dalle conversazioni. Dagli schizzi. Dai sogni. E dalla nostra convinzione condivisa che il futuro potesse, un giorno, essere diverso. Forse è proprio questo l’aspetto più bello di ogni grande sogno.
Non comincia con un edificio. Non con un investimento. Nemmeno con un computer. Comincia con due persone che si guardano e dicono: «Immagina se si potesse fare meglio.» Quello fu il vero inizio di tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Anche se allora non potevamo minimamente immaginare quanta gioia, quanto successo, quante delusioni e difficoltà quel sogno ci avrebbe infine portato, sono ancora profondamente grato per il coraggio che abbiamo avuto di sognarlo insieme.
Perché alcuni sogni non cambiano soltanto un’impresa. Alcuni sogni cambiano un’intera vita.
