Il profumo del caffè nella Piramide
Ci sono profumi che accompagnano una persona per tutta la vita. Per me, quello di un espresso appena preparato è uno di essi. Forse perché il caffè è diventato il filo invisibile che ha attraversato tutta la mia vita professionale. Dai miei primi anni alla FAEMA. Passando per Douwe Egberts. DOROMA. MOKAFINA. E infine la Piramide di vetro. Sebbene lì cercassimo di lavorare con le tecnologie più moderne... quasi ogni giornata cominciava comunque con una tazza di caffè.
Non soltanto per abitudine. Ma perché il caffè possiede un dono particolare. Il caffè riunisce le persone. Le mattine in cui arrivavo presto, il parcheggio era ancora quasi vuoto. In autunno, a volte, una leggera nebbia avvolgeva i campi intorno a Lummen. Quando aprivo la porta, sentivo soltanto l’eco dei miei passi. Accendevo le luci. Lentamente il silenzio lasciava il posto all’inizio di una nuova giornata di lavoro. Prima ancora di accendere il computer, andavo nel piccolo angolo cucina.
Riempivo d’acqua la macchina per espresso. Macinavo i chicchi di caffè. E poi aspettavo quel suono familiare. Il lieve sibilo del vapore. Le prime gocce di espresso. Lentamente l’intenso profumo del caffè riempiva la Piramide. Per me quel profumo significava sempre un nuovo inizio. Poco dopo sentivo aprirsi la porta d’ingresso. Marco. «Sento profumo di caffè!» Ridevo. «Tu senti sempre profumo di caffè.» E immancabilmente rispondeva: «Perché sei tu a preparare l’espresso migliore.»
Lo credeva davvero? A dire il vero, non lo so. Ma era diventato il nostro piccolo rituale. Poco dopo arrivava anche Cristina. Sorridendo domandava: «Avete già cominciato senza di me?» «No», rispondevo. «Abbiamo semplicemente cominciato al momento giusto.» Pochi minuti dopo eravamo tutti lì, con una piccola tazza di espresso fra le mani. Non davanti ai nostri computer. Ma insieme. Quei primi dieci minuti della giornata valevano probabilmente più di molte riunioni d’affari.
Parlavamo di tutto. Del tempo. Di una partita di calcio. Del prossimo viaggio in Italia. Di una nuova collezione di ceramica. O semplicemente di qualcosa di divertente accaduto il giorno prima. Soltanto dopo cominciava il lavoro. Forse allora non comprendevamo pienamente quanto fossero preziosi quei momenti. Oggi lo so. Un’impresa non cresce soltanto grazie al duro lavoro. Cresce anche grazie al legame tra le persone che vi lavorano insieme.
E a volte un legame simile nasce intorno a nulla più di una piccola tazza di caffè. Quando arrivavano visitatori dall’Italia, di solito non passava molto tempo prima che qualcuno domandasse: «Renato... ci prepari un espresso?» Lo facevo sempre con grande piacere. Ho sempre creduto che un buon espresso fosse molto più di una semplice bevanda. È un modo per dire: «Benvenuto.»
Un gesto di ospitalità. Un invito a sedersi insieme per un momento.
Molte conversazioni importanti non cominciavano in una sala riunioni. Cominciavano intorno a quel piccolo tavolo, con una tazza di caffè fumante fra le mani. Spesso i contratti venivano firmati soltanto ore dopo. Ma la prima fiducia era già nata durante quell’espresso. Non l’ho mai dimenticato. I computer possono aiutarci a lavorare più rapidamente. I sistemi digitali possono conservare e diffondere informazioni in tutto il mondo. Ma nessuna tecnologia può sostituire il contatto umano.
La fiducia nasce ancora quando le persone si dedicano davvero del tempo. Mentre scrivo queste parole, rivedo davanti a me quel piccolo angolo cucina. Il profumo del caffè appena macinato. Marco, che aspettava impaziente che l’espresso fosse pronto. Cristina, che domandava sorridendo se fosse rimasto ancora un biscotto. E io... a godermi quei momenti meravigliosamente semplici. Non perché allora sembrassero tanto speciali. Ma proprio perché erano così normali. Oggi ho compreso che la felicità raramente si annuncia facendo molto rumore.
Non vive soltanto nei più grandi successi della nostra vita. Vive nelle mattine più semplici. Nel ridere insieme. In un espresso preparato con amore. Forse è per questo che ancora oggi il profumo del caffè mi tocca tanto profondamente. Non perché mi ricordi la mia carriera. Ma perché mi riporta alle persone che amavo. A un tempo in cui sognavamo insieme. Lavoravamo insieme. Ridevamo insieme. Senza rendercene conto, creavamo ricordi che mi avrebbero accompagnato per il resto della vita.
Quando oggi preparo un espresso, a volte chiudo gli occhi per un momento. Allora mi sembra di essere nuovamente nella Piramide di vetro. Come se Marco potesse aprire la porta da un momento all’altro. Come se Cristina stesse per entrare con quel sorriso familiare. Come se una nuova giornata di lavoro stesse per cominciare. Naturalmente so che quel giorno non ritornerà mai più. Ma nel mio cuore quella mattina non finisce mai davvero.
Lì il caffè è sempre caldo. Lì le risate risuonano ancora nelle stanze. E lì siamo ancora tutti seduti insieme intorno allo stesso tavolo.