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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Gli ultimi mesi di un combattente

Quando oggi le persone pensano agli ultimi mesi della vita di Marco, molti vedono soprattutto la tragica fine. Io vedo qualcosa di diverso. Vedo un uomo che, fino all’ultimissimo momento, fece tutto ciò che era nelle proprie possibilità per non deludere il suo sogno, i suoi collaboratori e le persone che amava. È questa l’immagine che voglio conservare di lui. Dopo il nostro viaggio in Egitto, Dorina e io tornammo a casa con una speranza rinnovata.

Quel viaggio ci aveva avvicinati ancora di più. Avevamo parlato molto del passato. Ma anche del futuro. Speravo che finalmente anche per Marco cominciasse un capitolo più sereno della sua vita. Ma eravamo appena tornati quando mi accorsi che si era già nuovamente gettato completamente nel lavoro. Aveva affittato di nuovo la Piramide di vetro. Gli uffici ripresero vita. I computer vennero riaccesi. Nuovi collaboratori entrarono nella squadra. Partirono nuovi progetti. Nuove idee tornarono a riempire lo spazio.

Chi attraversava le porte della Piramide di vetro sentiva la stessa energia che aveva caratterizzato i nostri anni più belli. Ma nel profondo cresceva in me anche un senso d’inquietudine. Era come se Marco non si concedesse più nemmeno un istante di riposo. Lavorava giorno e notte.

Voleva dimostrare che era ancora possibile. Che le nostre idee avevano ancora un futuro. Che tutto il lavoro compiuto nel corso degli anni non era stato inutile.

Ammiravo il suo coraggio. Ma, come padre, cominciavo a preoccuparmi sempre di più. Non perché dubitassi delle sue capacità. Anzi. Sapevo esattamente di che cosa fosse capace. Ciò che mi preoccupava era il prezzo che stava pagando. Sempre più spesso vedevo la stanchezza nei suoi occhi. Continuava a sorridere. Continuava a fare progetti. Ma l’esaurimento diventava sempre più difficile da nascondere. Eppure ne parlava appena. Era fatto così. Voleva risolvere personalmente ogni problema.

Non voleva essere un peso per nessuno. Nemmeno per me. Più di una volta cercai di fargli comprendere che non doveva portare tutto da solo. Che ogni persona ha il diritto di ammettere quando la vita diventa troppo pesante. Ma la sua risposta era quasi sempre la stessa. «Papà... lasciami provare ancora.» Oggi è soprattutto quella parola a spezzarmi il cuore. Ancora. Perché continuò davvero a provarci. Non si sentiva responsabile soltanto del successo dei nostri progetti.

Si sentiva responsabile delle persone che lavoravano al suo fianco. Degli investimenti. Delle aspettative. Delle promesse che aveva fatto. E forse, più di ogni altra cosa... dei sogni che lui stesso aveva creato. Ripensandoci, oggi comprendo meglio quanto gravemente pesasse su di lui quella responsabilità. Cominciò ad assumersi cose che nessun essere umano può portare da solo. Si addossava gli errori degli altri.

Si sentiva responsabile di fallimenti che, in realtà, erano conseguenza di circostanze impreviste, decisioni altrui o della scomparsa del sostegno sul quale aveva contato. Lentamente quel senso di colpa diventò un peso invisibile. Un peso che ogni giorno diventava un po’ più grave. Come padre vedevo la sua stanchezza. Ma in quel momento non comprendevo quanto fosse realmente profonda la ferita. Credevo che il tempo, l’amore e nuove possibilità lo avrebbero aiutato a rialzarsi.

Come mi ero rialzato io dopo la crisi del 1981. Volevo credere che anche lui ci sarebbe riuscito. E forse continuava a crederlo anche lui. Perché persino allora continuava a fare progetti. Continuava a cercare soluzioni. Continuava a sperare. Per questo non voglio descrivere quegli ultimi mesi come mesi di resa. Furono i mesi di un combattente. Di un uomo che diede tutto ciò che ancora aveva dentro di sé.

Di un uomo che forse pretese troppo da sé stesso, proprio perché non voleva deludere nessuno. Ed è esattamente per questo che ancora oggi porto con me un dolore tanto profondo. Non perché abbia fatto troppo poco. Ma perché forse portò molto più di quanto avrebbe dovuto. Quando oggi ripenso a quel periodo, ho un solo desiderio. Poterlo stringere tra le braccia ancora una volta. Non per dargli delle soluzioni. Non per cambiare il futuro.

Ma semplicemente per dirgli: «Marco... Non devi portare tutto da solo. Non sei solo. Sei mio figlio. E qualunque cosa accada... io ti amerò sempre.» Sono parole che ogni padre spera di aver pronunciato abbastanza spesso. Eppure, quando la persona che ami non c’è più, sembrano sempre troppo poche. Ma di una cosa sono assolutamente certo. Il mio amore lo ha raggiunto. Come il suo amore ha raggiunto me. Anche quando non avevamo bisogno di parole.

Perché l’amore non finisce quando termina una vita. Trova soltanto un nuovo posto. Oggi non vive più nelle nostre conversazioni quotidiane. Vive nei miei ricordi. Nel mio cuore. E ora anche nelle pagine di questo libro. Affinché non venga ricordato soltanto il suo ultimo giorno. Ma soprattutto l’uomo che fu per tutta la vita. Marco. Mio figlio. Il mio compagno di viaggio. Il mio amico. E un essere umano straordinario.