Non voleva deludere nessuno
Quando oggi ripenso agli ultimi anni in cui Marco cercò con tutte le proprie forze di ridare vita al nostro sogno comune, non vedo un uomo che si sia arreso. Vedo un uomo che non smise mai di lottare. Forse lottò persino troppo a lungo. Dopo ogni battuta d’arresto continuava a credere che da qualche parte dovesse esistere ancora un’altra soluzione. Era sempre stato così. Quando gli altri dicevano che qualcosa era impossibile, Marco cominciava proprio allora a riflettere.
Doveva esserci un’altra strada. Doveva esserci qualcuno che avrebbe compreso il progetto. Doveva arrivare ancora una nuova possibilità. In questo riconoscevo me stesso. Forse era questa la nostra somiglianza più grande. Ma forse, nello stesso tempo, era anche la nostra più grande vulnerabilità. Entrambi credevamo che l’onestà, il duro lavoro e la perseveranza potessero superare quasi ogni ostacolo. In seguito la vita mi ha insegnato che, purtroppo, questo non è sempre sufficiente.
Perché nessuna impresa si costruisce da soli. Dipendi dalle persone. Dai partner. Dalle circostanze. E da decisioni sulle quali non hai alcun controllo. In quegli anni Marco cominciò a portare un peso sempre più grave. Si sentiva responsabile di tutto. Dei nostri collaboratori.
Dei nostri fornitori. Dei nostri progetti. Dei nostri investitori. Di me. E forse non si sentiva responsabile verso nessuno quanto verso sé stesso.
Quando qualcosa non procedeva come aveva sperato, non cercava mai innanzitutto qualcun altro a cui attribuire la colpa. Guardava sé stesso. «Che cosa avrei potuto fare diversamente?» «Che cosa ho trascurato?» Quelle domande non lo lasciavano in pace. Più di una volta cercai di fargli comprendere che nella vita non possiamo controllare tutto. Che a volte possiamo fare tutto nel modo giusto... e perdere comunque. Non per mancanza d’impegno o di onestà.
Ma perché le circostanze, a volte, sono più forti della nostra volontà. Per una persona con un senso di responsabilità tanto profondo, questo è particolarmente difficile da accettare. Una persona simile continua a cercare risposte. Anche quando quelle risposte non esistono. Ciò che ancora oggi mi tocca è che Marco non diventò mai amareggiato. Deluso... Sì. Esausto... Senza dubbio. Ma amareggiato... Mai. Persino quando parlava di persone che lo avevano deluso, raramente lo faceva con rabbia.
Era piuttosto incomprensione. Una profonda incomprensione. E questo mi toccava. Perché sapevo quanto dolore gli avessero procurato determinati avvenimenti. Aveva aiutato tante persone. Aveva aperto loro delle porte. Aveva offerto loro delle possibilità. Eppure, proprio quando aveva maggiormente bisogno degli altri, scoprì che non tutti erano disposti a fare lo stesso per lui. È una lezione che lascia tracce profonde. Non soltanto in un imprenditore. Ma soprattutto in un essere umano. In momenti simili gli dicevo spesso:
«Marco, non lasciare che la delusione cambi il tuo cuore.» Conoscevo quella sensazione. Dopo la mia grande crisi del 1981, anch’io mi ero trovato davanti a una scelta. Diventare amareggiato. Oppure imparare nuovamente a fidarmi. Scelsi la seconda strada. E con tutto il cuore speravo che Marco potesse seguire la stessa strada. Ma avevo sottovalutato quanto peso portasse già dentro di sé. Ne parlava appena. Continuava a lavorare. Continuava a fare progetti.
Continuava a incoraggiare gli altri. Come tante persone che per natura si prendono cura di tutti coloro che le circondano, spesso dimenticava di prendersi cura di sé stesso. Oggi spero che ogni padre, ogni madre e ogni imprenditore conservi almeno una lezione di questo capitolo. Portare responsabilità è una forza. Ma chi si sente responsabile di tutto e di tutti corre il rischio di assumersi anche ogni colpa. E responsabilità non significa colpa.
Non dobbiamo mai perdere di vista questa distinzione. Non domandate soltanto come vada l’impresa. Domandate come stia la persona. Perché dietro ogni impresa c’è un essere umano. E quell’essere umano è più importante di qualsiasi progetto, cifra o risultato. Un’impresa può essere ricostruita. Una persona è insostituibile. Quando oggi penso a Marco, non mi domando quali progetti abbiano avuto successo e quali no. Ciò che ricordo è che la delusione non indurì mai il suo cuore.
Che continuò a dare. Continuò a cercare. Continuò a sperare. Anche quando le sue forze cominciavano lentamente a diminuire. Questa è l’eredità che ha lasciato. Non un’impresa. Non un risultato. Ma l’esempio di un uomo che voleva fare il bene di tutti e che, proprio per questo, spesso metteva sé stesso all’ultimo posto. Un uomo che non voleva deludere nessuno. Ed è proprio per questo che merita più del nostro semplice ricordo.
Merita il nostro rispetto più profondo.