Dietro il bancone di un piccolo angolo d’Italia
Ogni volta che oggi entro in una moderna caffetteria, non posso fare a meno di sorridere. L’espresso c’è ancora. Ma tutto ciò che lo circonda è cambiato. Negli anni Sessanta e Settanta, i bar italiani erano molto più che luoghi in cui si serviva il caffè. Erano una seconda casa. Un piccolo angolo d’Italia nel cuore del Belgio. Durante i miei viaggi in tutto il Paese per la FAEMA, visitavo ogni giorno diversi bar.
Spesso, ancor prima di aprire la porta, sapevo già che cosa mi attendeva all’interno. Il profumo del caffè appena macinato. Il lieve sibilo del vapore. Il suono familiare del portafiltro battuto per svuotarlo. Il delicato tintinnio delle tazzine di porcellana. E soprattutto... Le voci. Sempre quelle voci. Vivaci. Animate. Piene di calore. A volte sembrava che tutti parlassero contemporaneamente. Parlavano di calcio. Della politica italiana. Delle famiglie che avevano lasciato in Abruzzo, in Sicilia o in Veneto.
Del lavoro nelle miniere di carbone. Dei figli che crescevano tra due Paesi. Il più delle volte ascoltavo più di quanto parlassi. E fu proprio ascoltando che imparai di più. Cominciai a comprendere che il gestore di un bar era molto più di una persona che serviva caffè. Era un confidente. Un consigliere. E a volte persino uno psicologo. Conosceva le gioie dei suoi clienti. Ma anche le loro preoccupazioni. Sapeva chi aveva nostalgia di casa.
Chi mandava fedelmente denaro alla propria famiglia in Italia. Chi sognava di tornare un giorno al paese natale. E chi, nel profondo, aveva già accettato che il Belgio fosse diventato la sua nuova casa. Vedevo entrare uomini che portavano ancora sul volto i segni della miniera di carbone. Le loro mani raccontavano la stessa storia. Mani diventate dure dopo anni di lavoro pesante. Raramente si fermavano a lungo. La maggior parte ordinava semplicemente:
«Un espresso.» Pochi istanti dopo, la tazzina era davanti a loro. Scura. Profumata. Con una splendida crema color nocciola in superficie. Non grande. Non allungata. Ma corposa e intensa. Proprio come in Italia. Ne bevevano un sorso. E a volte pronunciavano una sola parola. «Perfetto.» Non occorreva dire altro. Quei pochi minuti al bancone erano spesso un piccolo momento di riposo durante la loro lunga giornata di lavoro. Le persone non vi andavano soltanto per bere un caffè.
Vi incontravano gli amici. Prendevano accordi. Trovavano lavoro. Annunciavano matrimoni. Venivano a presentare i figli appena nati. E a volte vi salutavano amici che tornavano in Italia o iniziavano altrove un nuovo capitolo della loro vita. Allora non mi rendevo conto di essere testimone di una parte importante della storia. Per me era semplicemente il mio lavoro. Soltanto molti anni dopo compresi quanto fossero stati speciali quei bar.
Aiutarono migliaia di famiglie italiane a sentirsi a casa in Belgio senza perdere mai il legame con le proprie radici. Ancora oggi, quando vedo una vecchia FAEMA E61, ritorno immediatamente a quegli anni. Non soltanto alla macchina stessa. Ma soprattutto alle persone. Al gestore che accoglieva ogni cliente come se facesse parte della famiglia. Al minatore che, dopo una lunga giornata di lavoro, poteva finalmente trovare qualche istante di riposo.
Al profumo dell’espresso appena preparato che si mescolava alle conversazioni in italiano, neerlandese, francese e talvolta persino nel dialetto del Limburgo. Quello era il Belgio. Un Paese in cui culture diverse si incontravano. Non nelle sale riunioni. Ma attorno al semplice bancone di un bar. Forse è anche per questo che ho sempre creduto che fare affari significhi molto più che vendere prodotti. Fare affari mette in contatto le persone. Un buon espresso riunisce le persone attorno allo stesso tavolo.
E ogni volta che le persone si prendono il tempo di parlarsi, cresce la comprensione. Nascono amicizie. E talvolta nascono anche nuovi sogni. È lì che imparai quelle lezioni. Non da un libro. Ma dietro i banconi di centinaia di piccoli bar che, insieme, raccontavano una storia speciale. Una storia di coraggio. Di integrazione. Di nostalgia. E di speranza. Una storia che vive ancora oggi in ogni espresso preparato con amore.