Capitolo 33 27 agosto 2009 - quando il tempo si fermò
Il 27 agosto 2009 Marco si tolse la vita. Scrivo questa frase senza giri di parole, ma anche senza ridurlo a quell’unico gesto. Non morì perché ci amava troppo poco o perché noi lo amavamo troppo poco. Nella sua disperazione più profonda non vedeva più alcuna via d’uscita. Il disturbo bipolare e la depressione avevano ristretto la sua realtà fino a trasformarla in un luogo in cui il nostro amore non riusciva più a raggiungerlo abbastanza.
Quando arrivò la notizia, il tempo ordinario cessò di esistere. Non ricordo più tutte le parole di quel giorno. Ricordo però il silenzio tra una parola e l’altra, lo sguardo di Dorina e il mio corpo che rimaneva in piedi mentre dentro di me tutto crollava. Le persone si muovevano, i telefoni squillavano, venivano poste domande pratiche. Le sentivo come se fossi sott’acqua. Un padre può invecchiare in un solo istante. Dorina mi prese tra le braccia e non mi lasciò per molto tempo. In quell’unico gesto c’erano le nostre due vite: la sua perdita, la mia perdita e l’impotenza di genitori che non potevano più proteggere il proprio figlio.
Anche nei giorni del lutto bisognava prendere delle decisioni. Sulle esequie sorse un doloroso disaccordo: alcuni volevano la cremazione, mentre io volevo seppellire Marco. Per due giorni si parlò e si trattò. Non volevo uno scontro, ma in quel momento non potevo fare altro che difendere quell’ultimo luogo di riposo. Alla fine sostenni io le spese del funerale. Allora il denaro non significava nulla; contava soltanto la dignità.
Vestimmo Marco con il suo abito da sposo. Nella bara di vetro potevo guardarlo e, allo stesso tempo, riuscivo a malapena a comprendere che fosse davvero lì. Un padre non dovrebbe seppellire suo figlio. L’ordine naturale delle cose era completamente rovesciato. Eppure volevo circondarlo di cure ancora una volta, come avevamo fatto alla sua nascita, quando avevo pianto di gioia perché era venuto al mondo sano e salvo.
Davanti alla tomba sapevo che nessuna cerimonia avrebbe potuto porre fine al nostro legame. La terra si richiuse sopra il suo corpo, non sopra la sua vita. Continuò a essere presente in Chiara e Laura, in Michael, in Dorina, nelle nostre conversazioni e nelle migliaia di momenti ordinari che nessuno poteva portarci via. Da quel giorno il vuoto divenne permanente, ma permanente divenne anche l’amore.
Il silenzio più pesante non arrivò al cimitero, ma quando a casa le porte si richiusero. Non c’era più nulla da organizzare, eppure una parte di me aspettava ancora il rumore della sua chiave, la sua voce o un messaggio sul telefono. Il lutto non arrivò come un’unica onda destinata a passare. Tornava nei momenti ordinari: davanti a una tazza di caffè, a un posto vuoto a tavola, lungo una strada che avevamo percorso insieme. Ogni volta il mio cuore doveva imparare di nuovo ciò che la mente già sapeva.

Marco: il suo sorriso che rimane sempre con noi.
Da allora misuro il tempo in modo diverso. C’è una vita prima del 27 agosto 2009 e una vita dopo. Ma rifiuto che la data della morte di Marco diventi più importante del 10 ottobre 1972, il giorno in cui nacque, o di tutti i giorni in cui rise, fu padre, lavorò, sognò e sedette accanto a me in auto. Chi vuole conoscerlo deve vedere tutta la sua vita.
Ma Marco guardava sempre innanzitutto sé stesso. Si domandava che cosa avrebbe potuto fare meglio. Che cosa avesse trascurato. Che cos’altro avrebbe potuto tentare. Come se una sola persona potesse portare il peso del mondo intero. Naturalmente non poteva. Nessuno può farlo. Eppure continuò a combattere. Fino alla fine. Per questo spero che nessuno ricordi mai Marco soltanto per il modo in cui terminò la sua vita. Sarebbe una profonda ingiustizia nei suoi confronti. Perché un singolo giorno non può mai raccontare la storia di un’intera vita. Chi vuole sapere davvero chi fosse Marco deve guardare alle migliaia di giorni che precedettero quell’ultimo giorno. Al bambino curioso che voleva capire ogni cosa. Allo studente con una grande passione per i computer e la tecnologia. Al giovane padre il cui volto si illuminava quando parlava delle sue figlie.
All’imprenditore che sorrideva nella Piramide di vetro quando una nuova idea finalmente funzionava. Al figlio seduto accanto a me in automobile durante i nostri viaggi in Italia. All’uomo che sapeva gustare un buon espresso. All’amico sempre disposto a tendere una mano. Quello era Marco. Ed è così che spero venga ricordato per sempre. Voglio anche rivolgere alcune parole a tutti coloro che hanno vissuto una perdita simile. Non giudicate mai troppo in fretta. Una vita umana è sempre più grande del momento in cui tutto è diventato troppo pesante. Dietro una fine tragica si nasconde spesso una battaglia che la maggior parte delle persone non ha mai visto. Mostrate compassione. Ascoltate. Siate presenti. Una conversazione sincera non può risolvere ogni problema. Ma può far sentire a qualcuno che non è solo. Quando oggi chiudo gli occhi, non vedo Marco nel suo ultimo giorno.
Vedo tutti gli altri momenti. Sono queste le immagini che voglio tenere vicine. Non perché cancellino il dolore. Ma perché sono più forti del dolore. Marco… Se in qualsiasi modo puoi ancora sentire queste parole… voglio dirti una cosa soltanto. Grazie. Grazie per tutto ciò che abbiamo avuto il privilegio di condividere. Grazie per la tua fiducia. Per la tua amicizia. Per il tuo amore. Sono infinitamente orgoglioso di aver avuto il privilegio di essere tuo padre. E se la vita mi offrisse la possibilità di scegliere nuovamente… senza esitare nemmeno un istante, percorrerei ancora con te esattamente la stessa strada. Perché tu c’eri. Un padre non può desiderare di più. Riposa in pace, figlio mio. Non nell’oblio. Ma nei cuori di tutti coloro che ti hanno conosciuto.
E finché io vivrò… finché vivrà tua madre… finché Michael parlerà di suo fratello… finché Chiara e Laura pronunceranno il tuo nome e un giorno racconteranno ai loro figli chi era il loro padre… non scomparirai mai davvero. Perché l’amore non muore. Continua a vivere nelle persone che portano qualcuno nel proprio cuore. E per questo la tua storia non finisce qui. Continua a vivere. In noi. Nelle generazioni che verranno dopo di noi. Per sempre.