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RENATO ROSSI · Leggi il libro

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Capitolo 34 Ciò che Marco mi ha lasciato

Esiste una grande differenza tra dire addio e imparare a vivere con l’assenza di qualcuno. Un addio dura soltanto un giorno. L’assenza rimane ogni giorno. Dopo la morte di Marco, tutto cambiò. Non soltanto all’interno della nostra famiglia. Ma anche nel profondo di me. Il mondo continuava semplicemente ad andare avanti. Le persone andavano al lavoro. Facevano progetti. Ridevano. Festeggiavano i compleanni. E guardavano al futuro. Per me, invece, il tempo sembrava essersi fermato. A ogni riunione di famiglia una sedia rimaneva vuota. A ogni compleanno mancava una voce. E in ogni momento di gioia c’era anche quella breve, silenziosa consapevolezza: Marco avrebbe dovuto essere qui. Lentamente cominciai a comprendere che il lutto non è soltanto dolore. Il lutto è anche una forma d’amore. Un amore che non ha più un luogo in cui potersi esprimere. All’inizio pensavo che avrei dovuto soprattutto imparare a vivere con quel vuoto.

Ma con gli anni scoprii che Marco non mi aveva lasciato soltanto una sedia vuota. Mi aveva donato molto di più. Alcune persone lasciano un grande patrimonio. Altre magnifici edifici. Altre ancora scrivono libri o compiono invenzioni che sopravvivono loro. Marco mi lasciò qualcosa di diverso. Mi insegnò a guardare la vita in un altro modo. Forse può sembrare strano. Normalmente è il padre a insegnare qualcosa ai propri figli. Eppure, con il passare degli anni, ho compreso che anche mio figlio era diventato uno dei miei più grandi maestri. Mi insegnò a guardare al futuro senza paura. In un’epoca in cui molti consideravano ancora i computer poco più che macchine complicate, lui vedeva già possibilità infinite. Dove io vedevo uno schermo, lui vedeva una finestra su un mondo nuovo. Dove gli altri vedevano limiti, lui vedeva opportunità.

Era curioso. Sempre. Quando non comprendeva qualcosa, voleva studiarla finché non l’avesse capita fino in fondo. Quando credeva in un’idea, vi si dedicava completamente. Era una qualità che ammiravo immensamente in lui. Non si accontentava mai di una risposta superficiale. Voleva sapere perché. E soprattutto… come si potesse fare meglio. Quel modo di pensare manteneva giovane anche me. Grazie a Marco continuai a essere aperto al cambiamento. Imparai ad ascoltare le generazioni più giovani. Scoprii che l’età non deve mai essere un limite finché la curiosità rimane viva. Trascorremmo innumerevoli ore a parlare di tecnologia. Di Internet. Di visualizzazione tridimensionale. Di programmi informatici. Di possibilità che allora la maggior parte delle persone considerava ancora fantascienza. Ci furono momenti in cui non comprendevo immediatamente tutto ciò che cercava di spiegarmi. Ma il suo entusiasmo lo comprendevo sempre.

E l’entusiasmo è contagioso. Per questo non ho mai avuto paura dell’innovazione. Anzi. Ho sempre cercato di accogliere i nuovi sviluppi con sincero interesse. E di questo gli sono profondamente debitore. Ma Marco mi insegnò anche qualcosa di molto più importante. Mi insegnò che l’amore non viene sempre espresso con grandi parole. Non ci dicevamo ogni giorno quanto ci amassimo. Semplicemente non eravamo fatti così. Il nostro amore viveva nelle cose più semplici. Nei nostri viaggi insieme. In un solo sguardo che diceva tutto. In una mano che riposava per un momento su una spalla. Nel cercare insieme una soluzione a un problema. Nel bere un espresso in silenzio, seduti l’uno accanto all’altro. Oggi comprendo che proprio quei momenti semplici furono i più preziosi di tutti. Perché erano autentici. Non avevano bisogno di applausi. Né di un pubblico. Soltanto di due persone che si comprendevano profondamente.

Fotografia dall'archivio di famiglia

Un’immagine che guardo volentieri quando ricordiamo Marco.

Da quei ricordi crebbe lentamente qualcosa che, nei primi anni del mio dolore, avrei ritenuto quasi impossibile. La gratitudine. Gratitudine perché ho avuto il privilegio di avere Marco nella mia vita per quasi trentasette anni. Perché era mio figlio. E lo sarà per sempre. Gratitudine perché non eravamo soltanto padre e figlio. Eravamo anche amici. Compagni di viaggio. Colleghi. Quanti padri possono dire di aver avuto il privilegio di vivere qualcosa di simile? Non molti. Io sì. E per questo rimarrò grato per il resto della mia vita. Oggi la sedia di Marco è ancora vuota. Ma nel mio cuore è pienamente presente. Non soltanto come il ricordo di ciò che ho perduto. Ma come una forza viva che, ogni giorno di nuovo, mi ricorda quanto sia davvero prezioso l’amore. Il dolore per la sua assenza non è scomparso. Ma lentamente cambiò il modo in cui portavo quel dolore.

Ancora oggi, a volte, nasce in me il vecchio impulso: devo raccontarlo a Marco. Di fronte a una nuova tecnologia, a un avvenimento familiare o a un’idea inattesa, per una frazione di secondo sembra ancora che io possa semplicemente raggiungerlo. Solo dopo arriva la consapevolezza. Quel breve istante fa male, ma lo custodisco anche con affetto. Dimostra che il nostro rapporto non è stato ridotto al 27 agosto 2009. Lui resta presente nel mio modo di guardare, di porre domande e di osare ricominciare qualcosa. Immagino la sua reazione, le sue parole rapide e quel sorriso che già rivelava come, nei suoi pensieri, fosse tre passi più avanti.

Tu continui a vivere, Marco. In Chiara e Laura. In Michael e Dorina. Nelle persone che hai toccato. E anche in me: ogni volta che rimango curioso, voglio capire qualcosa di nuovo o rifiuto di credere che qualcosa sia impossibile. Forse questa è la più grande eredità che una persona possa lasciare: non dei beni, non un edificio, non un’impresa, ma un modo di guardare che continua a vivere negli altri. Per questo, caro figlio, ti sarò grato fino al mio ultimo giorno.