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RENATO ROSSI · Leggi il libro

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Capitolo 30 Marco contro Marco - dietro il sorriso

Ci sono persone che mostrano il proprio dolore. E ci sono persone che lo nascondono. Marco apparteneva senza dubbio al secondo gruppo. Chi lo incontrava senza conoscerlo veramente vedeva un giovane imprenditore pieno di entusiasmo e convinzione, con un sorriso contagioso. Quando entrava in un luogo, portava immediatamente con sé energia. Parlava con passione delle sue idee più recenti. Ascoltava gli altri con sincero interesse. E faceva sentire alle persone che tutto fosse possibile. Ma soltanto pochi vedevano ciò che si nascondeva dietro quel sorriso. A volte io lo vedevo. Non perché ne parlasse. Ma perché un padre conosce suo figlio. Notavo che diventava più silenzioso. Che a volte rimaneva a lungo a guardare fuori dalla finestra senza dire nulla. Che, nel mezzo di una conversazione, improvvisamente sembrava essere con i pensieri molto lontano. Quando gli domandavo se tutto andasse bene, ricevevo quasi sempre la stessa risposta.

«Non preoccuparti, papà». Ma quelle parole non riuscivano mai a rassicurarmi del tutto. Perché sapevo che Marco cercava di proteggermi. Non voleva aggiungere altre preoccupazioni a tutto ciò che già portavo con me. Conosceva il mio passato. Sapeva quante volte avevo dovuto ricominciare nella mia vita. E forse pensava di potermi risparmiare un’altra delusione. Era fatto così. Anche quando si trovava personalmente sotto un’enorme pressione, pensava prima agli altri. Ricordo ancora le sere in cui lasciavamo insieme la Piramide. Camminavamo in silenzio verso il parcheggio. C’erano giorni in cui avevamo trascorso ore in riunione, sostenuto innumerevoli telefonate e preso moltissime decisioni. Dopo giornate simili, nessuno di noi parlava della propria stanchezza. Ci guardavamo per un momento. Un piccolo sorriso. Una mano sulla spalla dell’altro.

Non serviva altro. Tra un padre e suo figlio esistono parole che non hanno mai bisogno di essere pronunciate. Eppure sentivo che lo zaino portato da Marco diventava ogni giorno un po’ più pesante. Non portava soltanto il peso dell’impresa. Portava anche la responsabilità che imponeva a sé stesso. Voleva che tutti fossero felici. Voleva che i nostri collaboratori si sentissero al sicuro. Voleva che ogni progetto avesse successo. Voleva che i nostri partner continuassero a credere in noi. E forse, più di ogni altra cosa, non voleva mai deludermi. Questo mi faceva molto male. Perché non mi ero mai aspettato che fosse perfetto. Volevo soltanto che rimanesse sé stesso. Gliel’ho detto più di una volta. «Marco, anche se domani dovessimo perdere tutto… resterai sempre mio figlio». Lui sorrideva. Ma non so se sia mai riuscito a credere davvero a quelle parole.

Le persone che pretendono di più da sé stesse sono spesso quelle che trovano più difficile essere comprensive verso sé stesse. Lo capisco. Forse perché anch’io avevo commesso per anni esattamente lo stesso errore. Anch’io avevo pensato a lungo di dover risolvere ogni problema. Di dover essere sempre forte. Di non poter deludere nessuno. Soltanto molto più tardi ho imparato che nessuna persona può portare tutto da sola. Per me quella lezione arrivò ancora in tempo. Per Marco, tragicamente, arrivò troppo tardi. Non scrivo queste parole per suscitare compassione. Anzi. Voglio che il lettore comprenda quanto a volte sia difficile riconoscere il dolore nascosto dietro il sorriso di un’altra persona. Ho avuto il privilegio di conoscere davvero Marco. Sapevo quanto amore, quanta lealtà e quanto coraggio fossero nascosti dietro il suo silenzio. La sua ultima battaglia non definisce chi fosse per me.

La cosa più difficile è ciò che si comprende soltanto dopo. Frasi che allora mi rassicuravano acquistano in seguito un suono diverso. Silenzi che credevo significassero riposo forse nascondevano stanchezza o disperazione. A volte frugo nei miei ricordi come un padre che, in una casa buia, cerca di accendere ancora una lampada. Non per trovare dei colpevoli, ma per avvicinarmi a ciò che allora non riuscivi a dire. Ogni volta devo accettare di nuovo che amare non significa poter sapere tutto. Ero accanto a te, Marco, eppure c’era una parte del tuo dolore che non riuscivo a raggiungere.

Ciò che rimane è il coraggio con cui continuò ad avanzare per anni. Un coraggio molto più grande di quanto la maggior parte delle persone abbia mai compreso. Quando oggi penso a lui, vedo innanzitutto il suo sorriso. Soltanto dopo ricordo le sue preoccupazioni. Forse l’amore funziona così. Non custodisce innanzitutto il dolore. Custodisce la luce. E quella luce… per me non si spegnerà mai.

Fotografia dall'archivio di famiglia

Marco adolescente con sua madre Dorina.

Quando oggi ripenso agli ultimi anni in cui Marco cercò con tutte le proprie forze di ridare vita al nostro sogno comune, non vedo un uomo che si sia arreso. Vedo un uomo che non smise mai di lottare. Forse lottò persino troppo a lungo. Dopo ogni battuta d’arresto continuava a credere che da qualche parte dovesse esistere ancora un’altra soluzione. Era sempre stato così. Quando gli altri dicevano che qualcosa era impossibile, Marco cominciava proprio allora a riflettere. Doveva esserci un’altra strada. Doveva esserci qualcuno che avrebbe compreso il progetto. Doveva arrivare ancora una nuova possibilità. In questo riconoscevo me stesso. Forse era questa la nostra somiglianza più grande. Ma forse, nello stesso tempo, era anche la nostra più grande vulnerabilità. Entrambi credevamo che l’onestà, il duro lavoro e la perseveranza potessero superare quasi ogni ostacolo. In seguito la vita mi ha insegnato che, purtroppo, questo non è sempre sufficiente.

Perché nessuna impresa si costruisce da soli. Dipendi dalle persone. Dai partner. Dalle circostanze. E da decisioni sulle quali non hai alcun controllo. In quegli anni Marco cominciò a portare un peso sempre più grave. Si sentiva responsabile di tutto. Dei nostri collaboratori. Dei nostri fornitori. Dei nostri progetti. Dei nostri investitori. Di me. E forse non si sentiva responsabile verso nessuno quanto verso sé stesso. Quando qualcosa non procedeva come aveva sperato, non cercava mai innanzitutto qualcun altro a cui attribuire la colpa. Guardava sé stesso. «Che cosa avrei potuto fare diversamente?» «Che cosa non ho visto?» Quelle domande non gli davano tregua. Più di una volta cercai di fargli comprendere che nella vita non possiamo controllare tutto. Che a volte possiamo fare tutto nel modo giusto… e perdere comunque. Non per mancanza d’impegno o di onestà. Ma perché le circostanze, a volte, sono più forti della nostra volontà. Per una persona con un senso di responsabilità tanto profondo, questo è particolarmente difficile da accettare. Una persona simile continua a cercare risposte.

Come tante persone che per natura si prendono cura di tutti coloro che le circondano, spesso dimenticava di prendersi cura di sé stesso. Oggi spero che ogni padre, ogni madre e ogni imprenditore conservi almeno una lezione di questo capitolo. Portare responsabilità è una forza. Ma chi si sente responsabile di tutto e di tutti corre il rischio di assumersi anche ogni colpa. E responsabilità non significa colpa. Non dobbiamo mai perdere di vista questa distinzione. Non domandate soltanto come vada l’impresa. Domandate come stia la persona. Perché dietro ogni impresa c’è un essere umano. E quell’essere umano è più importante di qualsiasi progetto, cifra o risultato. Un’impresa può essere ricostruita. Una persona è insostituibile. Quando oggi penso a Marco, non mi domando quali progetti abbiano avuto successo e quali no. Ciò che ricordo è che la delusione non indurì mai il suo cuore. Che continuò a dare.

Continuò a cercare. Continuò a sperare. Anche quando le sue forze cominciavano lentamente a diminuire. Questa è l’eredità che ha lasciato. Non un’impresa. Non un risultato. Ma l’esempio di un uomo che voleva fare il bene di tutti e che, proprio per questo, spesso metteva sé stesso all’ultimo posto. Un uomo che non voleva deludere nessuno. Ed è proprio per questo che merita più del nostro semplice ricordo. Merita il nostro rispetto più profondo.