Capitolo 21 1981 - l’anno in cui perdemmo la nostra casa
Nel 1981 arrivai a un punto in cui il mio spirito imprenditoriale non significava più soltanto libertà. I conti mi avevano raggiunto. C’era un prestito di circa due milioni di franchi belgi e restavano da pagare circa quattrocentomila franchi di IVA. Per una giovane famiglia non erano cifre sulla carta; sedevano con noi a tavola e mi tenevano sveglio la notte.
Ripensando a una crisi, si è tentati di attribuirla esclusivamente alle circostanze avverse o alle persone che non hanno mantenuto le loro promesse. Anch’io ho conosciuto le delusioni. Ma le scelte le avevo fatte io. Avevo disperso la mia attenzione, mi ero fidato con troppa facilità e avevo creduto troppo a lungo di poter risolvere un problema impegnandomi ancora di più. L’ottimismo è una forza finché non prende il posto della realtà. Nel 1981 dovetti riconoscere che il mio entusiasmo aveva corso più veloce della mia prudenza.
Per evitare il fallimento vendemmo la nostra casa. Fu molto più di un intervento finanziario. Dorina e io avevamo riempito di sogni ogni stanza; per i nostri figli, quella era casa. Il giorno in cui una casa che era tua torna a essere proprietà di qualcun altro, senti quanto sia fragile ogni sicurezza. Provavo vergogna. Non perché lavorare e fallire sia disonorevole, ma perché le mie decisioni avevano coinvolto anche le persone che contavano su di me.
Eppure non volevo scomparire dietro la mia vergogna. Cercai il dialogo, presi accordi e provai a saldare correttamente ogni debito. Riuscimmo a evitare il fallimento, ma questo non cancellò il dolore. Dovemmo vivere in modo più modesto e ricominciare. Alcune persone presero le distanze. Altre, inaspettatamente, ci tesero una mano. In anni simili non impari soltanto qualcosa sul denaro; scopri anche chi sei quando nessuno è più impressionato dai tuoi progetti.
Non ho voluto trasformare quel periodo in un racconto eroico. Non mi alzavo ogni mattina senza paura. Ci furono giorni in cui dubitavo, dormivo male e mi chiedevo se la mia famiglia sarebbe stata meglio con un uomo che correva meno rischi. Ma il passo successivo andava comunque compiuto. Telefonavo a un cliente, visitavo un fornitore e cercavo di nuovo un lavoro che potessi svolgere onestamente.
La crisi mi portò via una casa e molta fiducia in me stesso, ma lasciò una convinzione: ricominciare non è un grande gesto. È una serie di piccoli gesti compiuti mentre si ha ancora paura. Più tardi, quando Marco attraversò il suo periodo buio, pensai troppo in fretta che la stessa forza di volontà potesse salvare anche lui. Allora non capivo ancora abbastanza che una crisi finanziaria e una malattia psichiatrica non sono paragonabili. Lo compresi troppo tardi, ed è una delle lezioni più dolorose della mia vita.