Capitolo 18 Con Michael la nostra famiglia era al completo
La nostra famiglia era ormai al completo Quasi quattro anni dopo la nascita di Marco, la vita ci donò un altro meraviglioso regalo. Il 30 maggio 1976 nacque il nostro secondo figlio. Lo chiamammo Michael. Fu un anno che molte persone avrebbero ricordato in seguito per il caldo eccezionale. L’estate del 1976 sarebbe diventata una delle più calde del secolo. Ma per Dorina e per me quell’anno sarebbe rimasto per sempre impresso nella memoria per una ragione completamente diversa. La nascita di Michael fu tutt’altro che facile. Dorina ebbe un parto particolarmente difficile, che durò più di dodici ore. Passava un’ora dopo l’altra. E, come ogni uomo accanto alla donna che ama, sentii ancora una volta quanto si possa essere impotenti in un momento del genere. Non puoi sostituirti a lei. Non puoi toglierle il dolore. Puoi soltanto esserle accanto. Aspettare. Sperare. E desiderare che arrivi finalmente il momento in cui qualcuno dice che tutto è andato bene.
Ma il parto divenne ancora più difficile perché Michael era in posizione podalica. Venne al mondo presentandosi prima con entrambi i piedini. Per Dorina dovette essere una prova terribilmente dura. Per oltre dodici ore aveva lottato per mettere al mondo nostro figlio. Potevo soltanto provare ammirazione per la sua forza. E quando finalmente arrivò… Michael. Il nostro secondo bambino. Il nostro secondo figlio. Ancora una volta provai quell’emozione travolgente che, quasi quattro anni prima, mi aveva riempito il cuore alla nascita di Marco. Ma questa volta c’era anche un sollievo immenso. Dopo tutte quelle ore di tensione, era finalmente nato. E Dorina aveva superato quel parto difficile. Quando vivi qualcosa del genere, comprendi nuovamente quanto possa essere fragile la vita. Un istante prima aspetti colmo di paura e d’incertezza. L’istante successivo hai davanti a te un nuovo essere umano. Tuo figlio.

Dorina e io il giorno del nostro matrimonio nel 1971: l’inizio della vita che avremmo costruito insieme.

Insieme a tavola: un momento semplice che per me significa molto.
E all’improvviso tutto il resto sembra privo d’importanza. Quando vidi Michael per la prima volta, il mio pensiero andò anche a Marco. Era ancora soltanto un bambino di tre anni. Ma da quel momento non era più figlio unico. Era diventato il fratello maggiore. Ancora oggi sorrido quando ripenso a quel periodo. Mi chiedevo se Marco comprendesse davvero che cosa fosse accaduto. Probabilmente non del tutto. Ma vedevo la sua curiosità mentre guardava con cautela il suo fratellino. Da quel giorno si aprì un nuovo capitolo per la nostra famiglia. La nostra casa divenne ancora più viva. C’erano giocattoli dappertutto. Si rideva. A volte si piangeva. E, come in ogni famiglia, anche da noi c’erano piccoli litigi. Ma soprattutto… C’era vita. Una casa piena di vita. Dorina e io facevamo ciò che migliaia di giovani genitori cercano di fare ogni giorno.
Volevamo dare ai nostri figli tutto ciò che rientrava nelle nostre possibilità. Non il lusso. Ma l’amore. Non l’abbondanza. Ma il calore e la sicurezza di una famiglia unita. Volevamo insegnare loro ad avere rispetto per gli altri. A essere onesti. A mantenere la parola data. E a non dimenticare mai da dove veniva la loro famiglia. Anche la lingua faceva parte di quel mondo speciale in cui crescevano i nostri figli. Poiché Dorina insegnava francese, a casa parlavamo soprattutto francese. Fuori casa, l’olandese era la lingua della nostra vita quotidiana. E quando tornavo nella mia cité De Lindeman, sentivo e parlavo spesso l’italiano con il quale ero cresciuto. Tre lingue. Ma anche tre mondi che facevano parte di ciò che eravamo. Le nostre origini italiane rimasero sempre presenti. Nelle nostre abitudini. Nei nostri ricordi. E soprattutto nei nostri racconti. Racconti su Loreto Aprutino. Sui nostri genitori e sui nostri nonni.

Un momento tenero con Dorina, la donna che mi è rimasta accanto per tutti questi anni.

Dorina e io con nostro figlio Marco.
Sull’Abruzzo. Sulla mia cité De Lindeman. Sulle miniere di carbone. E sui sacrifici compiuti dai nostri genitori per offrire ai propri figli un futuro migliore. Ritenevo importante che Marco e Michael comprendessero che la loro vita faceva parte di una storia iniziata molto prima della loro nascita. Volevo che sapessero ciò che i loro nonni avevano dovuto lasciare e quanto avevano sacrificato, affinché i loro figli e nipoti potessero ricevere in Belgio opportunità che per loro non erano mai state scontate. Quella era l’eredità che volevo trasmettere loro. Non come un peso. Ma come qualcosa di prezioso. Qualcosa da custodire. E forse, un giorno, da trasmettere a loro volta. Oggi, quando ripenso a quegli anni, vedo due ragazzi molto diversi l’uno dall’altro. Ognuno con il proprio carattere. I propri talenti. I propri sogni. Un padre impara presto che non deve paragonare i propri figli.
Ogni figlio è unico. Fin da piccolo, Marco mostrava una grande curiosità. Faceva domande. Voleva comprendere come funzionavano le cose. Michael aveva il proprio carattere e le proprie qualità. E proprio quelle differenze li rendevano ciò che erano. La cosa più bella era che crescevano insieme. Giocavano insieme. Ridevano insieme. E sì… Ogni tanto combinavano anche qualche marachella insieme. Proprio come dovrebbe essere l’infanzia. La nostra famiglia era ormai al completo. Quando tornavo a casa dopo una lunga giornata di lavoro e sentivo le voci dei miei figli, le preoccupazioni di quel giorno sembravano passare spontaneamente in secondo piano. In momenti simili cominciai a comprendere davvero dove si trova la vera ricchezza. Non su un conto in banca. Ma attorno al tavolo della cucina. Nel sorriso di un bambino. Nella mano della persona che ami. Nella silenziosa serenità di una casa in cui tutti si sentono protetti.

Un ritratto di Marco da ragazzo.
Quella era la felicità che vivevamo allora. Una felicità semplice. Ma forse proprio quella semplice felicità è uno dei doni più preziosi che una persona possa ricevere nella propria vita. Allora non avevo ancora idea di quali strade la vita avrebbe in seguito tracciato per Marco e Michael. E in quel momento non avevo neppure bisogno di saperlo. Erano semplicemente i nostri due ragazzi. I nostri figli. E dopo quelle ore difficili durante le quali Michael era venuto al mondo, provavo soprattutto gratitudine. Gratitudine per Dorina. Per la sua forza. Per Marco. Per Michael. Per la nostra famiglia. Sapevo una sola cosa. Avrei fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità per offrire ai miei figli le opportunità che i miei genitori e io stesso non avevamo mai avuto.