Perché ho scritto la mia storia
Nel corso degli anni ho condiviso centinaia di fotografie e video di Marco e della nostra famiglia. Ho parlato di lui su un sito e attraverso i social. Ho avuto migliaia di conversazioni con le persone. Non perché non volessi accettare che non fosse più fisicamente qui, ma perché desideravo che restasse visibile l’uomo che era davvero. Questo libro è la forma più completa di quello stesso desiderio.
In queste pagine la sua storia può continuare a vivere quando un giorno la mia voce si spegnerà. Ho scritto questo libro anche perché nomi e date, da soli, non bastano mai. Un albero genealogico può dire quando una persona è nata. Un documento ufficiale può indicare dove ha vissuto. Un registro può annotare quando è morta.
Ma nessun documento racconta il suono della sua voce. Ciò che sognava. Ciò di cui aveva paura. Come amava. O quanti sacrifici fece per coloro che vennero dopo. Per questo servono le storie. Volevo che un giorno i miei figli e i miei nipoti non sapessero soltanto da dove vengono. Volevo che potessero sentirlo. Che comprendessero qualcosa dell’Italia lasciata dai miei genitori.
Che lavorava. Che a volte aveva ragione e a volte torto. Che cadeva. Che commetteva errori. Ma che ogni volta cercava di rialzarsi e proseguire con il cuore aperto. Scrivendo queste pagine ho rivissuto tutta la mia vita. Alcuni ricordi mi facevano sorridere spontaneamente.
Per altri dovevo fermarmi, perché le emozioni diventavano più forti delle parole. A volte mi sembrava di essere di nuovo accanto a mio padre. Di sentire ancora parlare mia madre. Di avere Marco davanti a me, mentre discutevamo insieme una nuova idea. Scrivere non ha riportato indietro nessuno.
Ma ha ridato voce ai miei ricordi. Forse un giorno anche Dorina vorrà leggere questo libro. Si interessa poco ai social e alla comunicazione digitale. Ma legge volentieri libri e riviste. Spero quindi che queste pagine possano raggiungerla in un modo in cui tutte le immagini, i messaggi e le conversazioni digitali non sono mai riusciti a fare. Non per convincerla delle mie idee.
Ma per aiutarla a capire meglio perché ho continuato a parlare di Marco. Perché volevo mantenere visibile il suo ricordo. E quanto abbiano significato per me il nostro lavoro insieme, le nostre conversazioni e i nostri sogni condivisi. Certe cose sono difficili da dire in una conversazione. Un libro dà alle parole il tempo di trovare con calma la strada verso il cuore di chi legge.