Gli anni con Pastorelli
Nell’autunno del 1986, la mia vita prese ancora una volta una svolta inattesa. Grazie a Medardo Maseroli conobbi Alberto Pastorelli ed ebbi l’opportunità di rappresentare Ceramiche Pastorelli in tutto il Benelux. Alberto era comproprietario del gruppo Ceramiche Pastorelli. Metà dell’impresa apparteneva ad Alberto e a sua sorella. L’altra metà era nelle mani dei loro tre cugini. Era dunque una vera impresa familiare, nella quale tradizione, maestria artigianale e responsabilità venivano tramandate di generazione in generazione.
La prima volta che vidi le loro collezioni, compresi immediatamente che si trattava di molto più che semplici piastrelle ceramiche. Ogni collezione aveva il proprio carattere. Veniva dedicata un’attenzione particolare ai colori. Alle superfici. Alle finiture. Ma soprattutto alla qualità. Mi sentii nuovamente come quel giovane rappresentante che, anni prima, aveva scoperto il mondo dell’espresso. Soltanto che il profumo del caffè appena preparato era ora sostituito da quello dell’argilla e dello smalto, e dal calore dei forni incandescenti.
Fin dal primo giorno promisi a me stesso che non volevo essere semplicemente un rappresentante. Volevo essere un partner. Per la fabbrica. Per gli importatori. Per gli architetti. Per i commercianti e i posatori di piastrelle. Volevo che tutti sentissero di poter contare su di me.
Alberto mi diede tutta la libertà e la responsabilità necessarie. Mi affidò i punti di forza della sua impresa. La qualità dei prodotti. Il nome Pastorelli.
I rapporti con i clienti. E l’ulteriore sviluppo del marchio nel Benelux. Quella fiducia aveva per me un valore inestimabile. Alberto aveva una personalità straordinaria. Nonostante la sua posizione all’interno di un importante gruppo ceramico, rimase un uomo umile e disponibile. Ascoltava. Mostrava rispetto. E comprendeva che una buona collaborazione non si basa soltanto su cifre e contratti, ma soprattutto sulla fiducia reciproca. La nostra collaborazione godeva di grande considerazione in tutto il settore ceramico.
Non soltanto nel Benelux. Anche molti concorrenti italiani conoscevano e rispettavano il modo in cui Alberto e io lavoravamo insieme. Tutti vedevano come ci completavamo a vicenda. Alberto conosceva la fabbrica, la produzione e le possibilità offerte dalle sue collezioni. Io conoscevo il Benelux, i clienti e il modo migliore di presentare lì i prodotti italiani. Insieme formavamo un’unità forte. Questo significava lunghe giornate. Giornate molto lunghe. Ogni mattina partivo presto da casa.
In alcuni giorni percorrevo centinaia di chilometri. Da Anversa al Lussemburgo. Da Ostenda a Maastricht. Da Bruxelles fino al nord dei Paesi Bassi. Quando la maggior parte delle persone aveva già concluso la propria giornata lavorativa, io spesso stavo ancora scrivendo relazioni o preparando gli appuntamenti del giorno successivo.
Eppure non ho mai considerato quei chilometri interminabili come un peso. Al contrario. La mia automobile era diventata il mio secondo ufficio. Lì riflettevo.
Lì nascevano nuove idee. Lì preparavo le conversazioni con i clienti. E a volte guidavo per ore in silenzio, mentre il paesaggio scorreva accanto a me e io riflettevo sul futuro. Alberto veniva in Belgio tre o quattro volte all’anno. Insieme visitavamo i nostri clienti nel Benelux. Ascoltavamo le loro esperienze. Discutevamo ciò che funzionava bene e ciò che poteva essere migliorato. Ma le sue visite erano anche momenti importanti per riflettere sul futuro.
Parlavamo delle nuove collezioni. Dei colori e dei formati. Dei gusti mutevoli del mercato. E dei progetti che volevamo sviluppare insieme. Quegli incontri non erano mai semplici obblighi professionali. Ci avvicinavano e rafforzavano la fiducia che, nel corso degli anni, era cresciuta tra noi.