FAEMA - Dove scoprii l’anima dell’espresso
Volevo lavorare alla FAEMA. Dovevo soltanto convincere la FAEMA ad assumermi. Si rivelò più difficile di quanto avessi immaginato. FAEMA era una rinomata azienda italiana che produceva macchine professionali per espresso. Quel nome incuteva rispetto. Ma l’entusiasmo da solo non bastava per riuscire a entrarvi. Sulla carta non avevo ancora alcuna esperienza con le macchine professionali per caffè. Ciò che possedevo, invece, era curiosità tecnica. Sapevo lavorare con le mani. Ascoltavo. E quando ancora non conoscevo qualcosa, volevo impararla.
Continuai a insistere. Senza arroganza. Ma con determinazione. Alla fine ebbi la mia occasione. Da quel momento si aprì per me un mondo nuovo. Imparai a conoscere le macchine in ogni loro parte. La pressione. La temperatura. La macinatura. La quantità di caffè. La mano del barista. Scoprii che un buon espresso non nasce mai da un solo elemento. Tutto deve funzionare insieme. Ma scoprii soprattutto che dietro ogni macchina c’era una persona.
Lo compresi chiaramente durante una visita a un piccolo bar nelle Fiandre Occidentali. Il locale aveva forse sei tavolini. Alle pareti erano appese fotografie ingiallite di ciclisti. Dietro il bancone, vecchi bicchieri da birra erano allineati accanto a una fila di tazzine che avevano già molti anni di servizio. Il gestore era un anziano fiammingo. Di bassa statura. Magro. Indossava una camicia a quadri e le bretelle. Le mani gli tremavano leggermente quando mi salutò.
«Il caffè non è più come una volta», disse. Mi aspettavo un guasto tecnico. Ma la macchina FAEMA non era guasta. La pressione era corretta e la macchina era ben mantenuta. Perciò osservai innanzitutto il suo modo di lavorare. Come riempiva il portafiltro. Come pressava il caffè. Come scendeva l’espresso. Assaggiai. Poi regolai il macinacaffè appena un po’ più fine. Nessun intervento importante. Soltanto una piccola e precisa correzione. Preparammo un altro espresso.
L’uomo ne bevve un sorso. La sua espressione cambiò. «Adesso è buono», disse. «Proprio come dev’essere.» Non ho mai dimenticato quell’incontro. Non perché avessi eseguito una riparazione complicata. Ma perché mi insegnò una verità semplice. Molti problemi sembrano più grandi di quanto siano in realtà. Chi osserva meglio, ascolta con più attenzione e cerca di comprendere la vera causa, talvolta trova la soluzione giusta con una piccola correzione. Valeva per il caffè.
Più tardi scoprii che valeva altrettanto per le persone e per le imprese. Alla FAEMA imparai dunque molto più che installare macchine. Imparai che la qualità comincia prima del primo sorso. Dall’attenzione per ogni dettaglio. Dal rispetto per il cliente. Dalla disponibilità a restare finché tutto non fosse davvero a posto. Scoprii l’anima dell’espresso. E quell’anima non si trovava soltanto nella macchina o nel chicco di caffè. Viveva nell’incontro tra le persone.