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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Da Rubens scoprii il mondo dietro ogni ristorante

Il mio primo vero passo nel mondo in cui sarei approdato più tardi ebbe inizio presso un’azienda chiamata Rubens. Rubens forniva attrezzature e soluzioni per le cucine professionali. Ristoranti. Alberghi. Aziende. Scuole. Ospedali. Per la prima volta vidi quanta tecnica, pianificazione e competenza si celassero dietro ogni cucina professionale. Fu lì che conobbi Benoit. Per me divenne più di un collega. Ammiravo la sua calma, la sua competenza e la serietà con cui eseguiva ogni incarico.

Da lui imparai che un buon lavoro comincia dall’attenzione. Non soltanto dall’attenzione per un apparecchio. Ma anche per la persona che deve utilizzarlo. In quegli anni molti impianti venivano convertiti dal gas di città al gas naturale. Era un lavoro che richiedeva precisione e senso di responsabilità. Ogni singolo bruciatore doveva essere adattato e controllato. Un piccolo errore poteva avere conseguenze gravi. Non imparai dunque soltanto a lavorare con le mani. Imparai a pensare in anticipo.

A controllare. E ad assumermi la responsabilità di ciò che lasciavo dietro di me. Alcuni incarichi richiedevano quasi l’impossibile. Ricordo un periodo di lavoro che cominciò una domenica sera verso le sei e terminò soltanto il mercoledì mattina intorno alle dieci. Lavorammo per quasi quarantotto ore. La stanchezza era enorme. Ma l’impianto doveva essere pronto e funzionare in piena sicurezza. Continuammo. Il lavoro era pesante per il mio corpo. Dovevo spostare gli apparecchi.

Chinarmi. Sollevare pesi. Restare in piedi per lunghe ore. La schiena cominciò ad avvertirmi in modo sempre più chiaro. Ero giovane e pensavo che il dolore sarebbe scomparso da solo. Ma continuava a tornare. Con il senno di poi, quella fu la prima volta in cui il mio corpo mi ricordò che anche la perseveranza ha dei limiti. Eppure Rubens mi diede molto. Imparai ad ascoltare i clienti. Imparai a cercare la vera causa di un problema.

E imparai che il servizio va molto oltre la semplice consegna di un apparecchio. In quel periodo un nome attirava sempre più la mia attenzione. FAEMA. Le macchine italiane per espresso univano tecnica e bellezza. Ma per me FAEMA rappresentava anche qualcos’altro. L’Italia. Il ciclismo. Eddy Merckx e un mondo che appariva al tempo stesso moderno e familiare. Volevo conoscere quelle macchine. Volevo capire che cosa rendesse possibile un espresso veramente buono.

Lentamente, una curiosità divenne una decisione. Non avrei aspettato che la porta successiva si aprisse per caso davanti a me. E se nessuno mi avesse invitato a bussare a quella porta... allora sarei andato io stesso fino a quella porta.