Un ultimo omaggio a Marco, mio figlio, il mio socio e il mio amico
Esiste un dolore che le parole non potranno mai descrivere veramente. La perdita di un figlio è uno di questi. Chi ha attraversato una prova simile sa che, da quel giorno, la vita si divide in due parti. C’è un prima. E c’è un dopo. Purtroppo, anch’io appartengo ai padri che hanno imparato a conoscere quel dolore. Il giorno in cui Marco ci lasciò, il mio mondo si fermò. Non persi soltanto un figlio.
Persi anche il mio socio. Il collega di cui mi fidavo maggiormente. Il mio confidente. Il mio amico. Molte persone dicono che il tempo guarisce tutte le ferite. Io non lo credo. Il tempo non cancella il dolore. Ci insegna soltanto come conviverci. Ma la ferita rimane. Non passa un solo giorno senza che io pensi a Marco. A volte è una fotografia. A volte una canzone. A volte il profumo di un espresso appena preparato.
A volte un programma informatico che me lo riporta immediatamente accanto. E a volte... non c’è alcuna ragione. È semplicemente lì. Nei miei pensieri. Nel mio cuore. Come se non ci avesse mai lasciati davvero. Nel corso degli anni ho rivissuto innumerevoli volte, nei miei pensieri, gli ultimi mesi della sua vita. E ritornava sempre la stessa domanda. Avrei potuto fare ancora qualcosa di più? Quella domanda probabilmente mi accompagnerà fino all’ultimo giorno della mia vita.
Ma oggi voglio soprattutto eliminare un grande malinteso. Marco non era un uomo debole. Anzi. Per anni dimostrò una forza straordinaria. Forse cercò persino troppo a lungo di rimanere forte. Portava responsabilità molto più pesanti di quanto il mondo esterno abbia mai compreso. Si sentiva responsabile della sua famiglia. Delle sue figlie. Delle persone che lavoravano con lui. Dei progetti nei quali credeva. Degli investitori. Di me. Quando sempre più cose cominciarono ad andare male, incolpò soprattutto sé stesso.
Questo mi spezzava il cuore. Perché gran parte di ciò che accadde era completamente al di fuori del suo controllo. Le promesse che gli erano state fatte non vennero mantenute. Le porte si chiusero improvvisamente. E alcune persone si allontanarono in silenzio, proprio nel momento in cui aveva maggiormente bisogno del loro sostegno. Ma Marco guardava sempre innanzitutto sé stesso. Si domandava che cosa avrebbe potuto fare meglio. Che cosa avesse trascurato.
Che cos’altro avrebbe potuto tentare. Come se una sola persona potesse portare il peso del mondo intero. Naturalmente non poteva. Nessuno può farlo. Eppure continuò a combattere. Fino alla fine. Per questo spero che nessuno ricordi mai Marco soltanto per il modo in cui terminò la sua vita. Sarebbe una profonda ingiustizia nei suoi confronti. Perché un singolo giorno non può mai raccontare la storia di un’intera vita.
Chi vuole sapere davvero chi fosse Marco deve guardare alle migliaia di giorni che precedettero quell’ultimo giorno. Al bambino curioso che voleva capire ogni cosa. Allo studente con una grande passione per i computer e la tecnologia. Al giovane padre il cui volto si illuminava quando parlava delle sue figlie. All’imprenditore che sorrideva nella Piramide di vetro quando una nuova idea finalmente funzionava. Al figlio seduto accanto a me in automobile durante i nostri viaggi in Italia.
All’uomo che sapeva gustare un buon espresso. All’amico sempre disposto a tendere una mano. Quello era Marco. Ed è così che spero venga ricordato per sempre. Voglio anche rivolgere alcune parole a tutti coloro che hanno vissuto una perdita simile. Non giudicate mai troppo in fretta. Una vita umana è sempre più grande del momento in cui tutto è diventato troppo pesante. Dietro una fine tragica si nasconde spesso una battaglia che la maggior parte delle persone non ha mai visto.
Mostrate compassione. Ascoltate. Siate presenti. Una conversazione sincera non può risolvere ogni problema. Ma può far sentire a qualcuno che non è solo. Quando oggi chiudo gli occhi, non vedo Marco nel suo ultimo giorno. Vedo tutti gli altri momenti. Sono queste le immagini che voglio tenere vicine. Non perché cancellino il dolore. Ma perché sono più forti del dolore. Marco... Se, in qualsiasi modo, puoi ancora sentire queste parole... voglio dirti una cosa soltanto.
Grazie. Grazie per tutto ciò che abbiamo avuto il privilegio di condividere. Grazie per la tua fiducia. Per la tua amicizia. Per il tuo amore. Sono infinitamente orgoglioso di aver avuto il privilegio di essere tuo padre. E se la vita mi offrisse la possibilità di scegliere nuovamente... senza esitare nemmeno un istante, percorrerei ancora con te esattamente la stessa strada. Perché tu c’eri. Un padre non può desiderare di più. Riposa in pace, figlio mio.
Non nell’oblio. Ma nei cuori di tutti coloro che ti hanno conosciuto. E finché vivrò... finché vivrà tua madre... finché Michael parlerà di suo fratello... finché Chiara e Laura pronunceranno il tuo nome e, un giorno, racconteranno ai propri figli chi era il loro padre... non scomparirai mai davvero. Perché l’amore non muore. Continua a vivere nelle persone che portano qualcuno nel proprio cuore. E per questo la tua storia non finisce qui.
Continua a vivere. In noi. Nelle generazioni che verranno dopo di noi. Per sempre.

