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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Il giorno in cui il futuro divenne visibile

Durante i primi anni nella Piramide di vetro, a volte la nostra vita sembrava consistere in una dimostrazione dopo l’altra. Quasi ogni settimana ricevevamo dei visitatori. Importatori. Architetti. Persone del settore edilizio. Rivenditori di piastrelle. Alcuni venivano dal Belgio. Altri dai Paesi Bassi o dal Lussemburgo. Venivano regolarmente a trovarci anche rappresentanti delle fabbriche italiane con cui collaboravamo, curiosi di vedere ciò che stavamo sviluppando. Erano interessati. Ma a volte anche un po’ scettici.

Quando spiegavo che i computer avrebbero cambiato radicalmente il modo di vendere le piastrelle di ceramica, non tutti ne erano immediatamente convinti. Lo capivo molto bene. Soltanto pochi anni prima, anch’io avrei faticato a immaginare che lo schermo di un computer sarebbe diventato uno strumento importante per architetti e rivenditori. Una mattina arrivò nuovamente un gruppo di visitatori nel nostro showroom. Come sempre, cominciammo con una visita guidata. Mostrammo le collezioni più recenti.

I pannelli espositivi. Le diverse finiture. Tutti annuivano con interesse. Quello era un linguaggio che conoscevano. Poi Marco li invitò a riunirsi intorno a un computer. Lo schermo si illuminò. Per alcuni era ancora sorprendente vedere che cosa potesse significare un computer nel nostro settore. Marco cominciò a spiegare con calma e chiarezza ciò che volevamo realizzare. Non usò termini tecnici complicati. Cominciò con semplici esempi tratti dalla pratica. Mostrò come si potesse costruire un progetto passo dopo passo.

Come diverse combinazioni di piastrelle diventassero immediatamente visibili sullo schermo. Come un intero pavimento potesse assumere un aspetto completamente diverso con pochi semplici adattamenti, cambiando soltanto il colore o il formato. Nella sala calò il silenzio. Io non guardavo lo schermo. Guardavo i volti dei nostri visitatori. Dapprima vidi curiosità. Poi stupore. E infine autentico entusiasmo. Uno dei visitatori si alzò e si avvicinò allo schermo. Un altro cominciò subito a fare domande.

Un architetto spiegò spontaneamente come avrebbe potuto utilizzare il sistema per un progetto al quale stava lavorando in quel momento. Era esattamente ciò in cui avevamo sperato. Non che le persone si limitassero ad ammirare il nostro programma. Ma che cominciassero a sognare a loro volta. Quando la dimostrazione terminò, molti visitatori rimasero ancora a lungo a parlare con noi. Non parlavano più di computer. Parlavano di ciò che da quel momento avrebbero potuto offrire ai propri clienti.

Per me era il complimento più bello che potessimo ricevere. Perché significava che non avevamo sviluppato soltanto un programma informatico. Avevamo creato uno strumento che permetteva alle persone di compiere scelte migliori. Quando infine anche l’ultimo visitatore lasciò la Piramide, nell’edificio calò un silenzio quasi assoluto. Marco guardò me. Io guardai lui. Non avevamo bisogno di dire nulla. Provavamo entrambi la stessa cosa. Per la prima volta comprendemmo che il nostro sogno non esisteva più soltanto nella nostra immaginazione.

Anche altre persone cominciavano a crederci. Fu un momento che non ho mai dimenticato. Non perché pensassimo di cambiare il mondo. Ma perché sentivamo di essere sulla strada giusta. Quella sera continuammo ancora una volta a lavorare fino a tardi. Come avevamo già fatto tante volte. Non perché fosse necessario. Ma perché le nostre menti erano già nuovamente colme di idee. Ogni domanda posta durante la dimostrazione diventava il punto di partenza di un nuovo miglioramento.

Che cosa potevamo fare meglio? Che cosa mancava ancora? Come potevamo rendere tutto ancora più semplice? Era così che lavoravamo. Per noi una dimostrazione non era mai un punto d’arrivo. Era sempre l’inizio del miglioramento successivo. Quando oggi ripenso a quel giorno, vedo ancora la luce negli occhi di Marco. Non parlava semplicemente di programmi informatici. Parlava di possibilità. Il suo entusiasmo era contagioso. Sapeva trascinare nelle sue idee le persone che lo circondavano.

Forse era proprio questo uno dei suoi più grandi talenti. Possedeva la capacità di far credere alle persone che ciò che sembrava impossibile potesse forse diventare possibile. Portò con sé quel talento per tutta la vita. E oggi esso appartiene ai ricordi più preziosi che conservo di lui.