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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Due generazioni, un unico sogno

Quando le persone ci vedevano lavorare insieme nella Piramide, spesso avevano l’impressione che tutto avvenisse spontaneamente. Un padre con molti anni di esperienza. Un figlio che si sentiva completamente a casa nel mondo delle nuove tecnologie. Sembrava la combinazione perfetta. E, a dire il vero... il più delle volte lo era davvero. Ma, come in ogni collaborazione, anche noi dovemmo imparare a comprenderci. La nostra collaborazione non era forte soltanto perché eravamo diversi.

Diventò forte perché eravamo disposti ad ascoltarci a vicenda. Io ero cresciuto in un mondo in cui tutto era tangibile. Vendevi una macchina da caffè. Tenevi in mano una piastrella di ceramica. Stringevi la mano a qualcuno. Lo guardavi negli occhi. Marco era cresciuto in un’epoca diversa. Per lui il computer diventava sempre più una nuova finestra sul mondo. Dove io pensavo prima ai prodotti, lui pensava alle informazioni. Dove io parlavo di rappresentanti, lui parlava di reti.

Dove io vedevo un catalogo, lui vedeva una banca dati digitale. All’inizio dovetti adattarmi a quel nuovo modo di pensare. Non perché ne dubitassi. Ma perché per me era un mondo completamente nuovo. Spesso gli dicevo: «Spiegamelo ancora una volta.» Con una pazienza straordinaria, allora ricominciava nuovamente dal principio. Disegnava schemi. Frecce. Collegamenti. Finché non comprendevo ciò che cercava di spiegarmi. Poi mi guardava e sorrideva. «Vedi, papà?» E il più delle volte dovevo ammettere che aveva ragione.

Ma ci furono anche momenti in cui i ruoli si invertivano. A volte Marco arrivava con un’idea straordinaria dal punto di vista tecnico. Allora gli domandavo con calma: «E come potrà utilizzarla, nella pratica, un rivenditore di piastrelle?» Allora rimaneva in silenzio per un momento.

Perché la tecnologia da sola non era mai sufficiente. Una soluzione doveva anche essere semplice. Pratica. E facile da usare. Allora ricominciavamo. Non perché l’idea fosse cattiva.

Ma perché doveva avvicinarsi ancora di più alle persone che l’avrebbero utilizzata. Credo che quelle conversazioni appartenessero ai momenti più belli della nostra collaborazione. Non cercavamo mai di dimostrare che l’altro avesse torto. Cercavamo di comprenderci. Fu proprio da quello scambio che nacquero le nostre idee migliori. Marco portava la rapidità e l’entusiasmo di una nuova generazione. Io portavo l’esperienza di migliaia di conversazioni con i clienti. Lui pensava al domani. Io pensavo a come avremmo potuto realizzare quel domani nella pratica.

Nessuno di noi due, da solo, avrebbe potuto raggiungere lo stesso risultato. Avevamo bisogno l’uno dell’altro. E con il passare degli anni questo diventò sempre più evidente. Riesco ancora a vederci mentre camminavamo insieme nello showroom. A volte Marco si fermava improvvisamente. Guardava una delle presentazioni. Non soltanto le piastrelle. Ma soprattutto il modo in cui venivano presentate. Poi diceva: «Possiamo farlo meglio.» È una frase che gli ho sentito pronunciare innumerevoli volte.

Allora sorridevo. «Ragazzo mio», dicevo, «per te tutto può sempre essere migliorato.» E lui rispondeva immancabilmente: «Per fortuna.» Ancora oggi sento quelle parole nei miei pensieri. E ogni volta fanno comparire un sorriso sul mio volto. Perché aveva ragione. Il giorno in cui pensiamo che tutto sia perfetto, smettiamo di crescere. Valeva per lui. E valeva anche per me. A volte le persone mi domandavano chi fosse davvero la forza motrice di Piramedia.

La mia risposta era sempre la stessa. «Tutti e due.» Perché un sogno non appartiene mai a una sola persona. Un sogno cresce quando le persone si ispirano a vicenda. Ho cercato di insegnare molte cose a Marco. Ma lui ne ha insegnate almeno altrettante a me. Mi mostrò che non è l’età a determinare quanto lontano una persona riesca a guardare. Che un giovane può vedere possibilità alle quali qualcuno di una generazione precedente non ha ancora pensato.

E mi restituì una parte dell’entusiasmo con cui un tempo avevo cominciato il mio percorso professionale. Gliene sarò sempre grato. Quando oggi ripenso a quegli anni, non sono le difficoltà che sarebbero venute in seguito la prima cosa che vedo davanti a me. Vedo due persone che ogni mattina andavano al lavoro con piacere. Un padre. E suo figlio. Non perché dovessero farlo. Ma perché avevano il privilegio di costruire insieme qualcosa in cui credevano con tutto il cuore.

Forse è proprio questo il dono più bello che la Piramide di vetro mi abbia fatto. Il tempo che ho potuto trascorrervi insieme a Marco. Le innumerevoli conversazioni. Le idee che condividevamo. E tutto ciò che lungo il cammino imparammo l’uno dall’altro. Quelle conversazioni non diedero forma soltanto a un’impresa. Resero anche più forte il legame tra noi. E se di tutti quegli anni potessi conservare per sempre una sola cosa... sarebbero quei momenti.

Perché appartengono ai ricordi più preziosi di tutta la mia vita.