Dove comincia davvero la mia storia
Quando le persone mi chiedono dove sia cominciata la mia vita, di solito si aspettano una risposta semplice. «Sono nato il 5 giugno 1948 a Loreto Aprutino, un piccolo paese della regione italiana dell’Abruzzo.» È vero. Ma per me la mia storia non comincia lì. Credo che la vita di una persona non cominci il giorno in cui nasce. Comincia con coloro che sono venuti prima di lei. Con i loro sogni.
Le loro lotte. I loro sacrifici. Il loro amore. Molto prima che io venissi al mondo, mio padre, Antonio Rossi, aveva già preso una delle decisioni più difficili della sua vita. Come migliaia di altri giovani italiani, lasciò la regione in cui era nato per andare a lavorare nelle miniere di carbone belghe. Non partì in cerca di avventura. Partì per costruire un futuro migliore per la propria famiglia.
Lasciò a Loreto Aprutino mia madre, Guglielmina Di Pasquale, e i suoi figli, promettendo loro che quella separazione sarebbe stata soltanto temporanea. Mia madre rimase lì. In una casa semplice. Con pochissimo. Ma con un coraggio di cui avrei compreso la vera grandezza soltanto molti anni più tardi. La vita era difficile. L’acqua doveva essere portata fino a casa. Il pane era prezioso. Ogni giorno richiedeva nuovi sacrifici.
Eppure continuò a credere che un giorno il sacrificio di mio padre sarebbe stato ricompensato. Ma la vita non risparmia nessuno. Ancora prima della mia nascita, la nostra famiglia fu colpita da una tragedia dalla quale non si sarebbe mai ripresa completamente. La mia sorellina Lidiola perse la vita in un tragico incidente. Non ho mai avuto la possibilità di conoscerla. Eppure è sempre rimasta parte della nostra famiglia. Si parlava raramente di lei.
Forse perché il dolore era semplicemente troppo grande. Ma certe assenze restano presenti quanto le persone che sono ancora accanto a noi. Forse è anche per questo che, più avanti nella vita, ho riflettuto tanto spesso sui ricordi. Sulla famiglia. E sulle persone che perdiamo senza riuscire mai a lasciarle andare davvero. Il 5 giugno 1948, all’una e mezza di notte, venni al mondo. Mio padre non era presente.
Lavorava a centinaia di chilometri di distanza, nelle profondità delle miniere di carbone belghe. Mi sono chiesto spesso che cosa abbia provato quando seppe che era nato un altro figlio. Gioia? Orgoglio? O forse anche tristezza, perché non poteva stringere la propria famiglia tra le braccia proprio nel momento in cui aveva maggiormente bisogno di lui. Pochi mesi dopo, i miei genitori presero un’altra decisione coraggiosa. Anch’io sarei partito per il Belgio.
Ero ancora un neonato quando mia madre intraprese quel lungo viaggio. Un viaggio che durò diversi giorni. Un viaggio pieno di incertezze. Durante il tragitto ci fermammo a Milano, dove fummo obbligati a rimanere alcuni giorni in quarantena. Solo dopo potemmo proseguire il nostro viaggio verso il Belgio. Il 22 ottobre 1948 arrivammo finalmente nel luogo che sarebbe diventato la nostra nuova casa: il quartiere dei minatori Lindeman, a Heusden-Zolder.
A quell’età, naturalmente, non potevo immaginare che quel Paese sarebbe diventato la mia casa. Che vi sarei cresciuto. Che vi avrei incontrato mia moglie. Che vi sarebbero nati i miei figli. Che vi avrei inseguito i miei sogni più grandi. Che vi avrei conosciuto il dolore più profondo. E che, alla fine, proprio lì avrei scoperto ciò che conta davvero nella vita. Oggi, guardandomi indietro, capisco che la mia storia non è cominciata con il mio primo respiro.
È cominciata con i sacrifici dei miei genitori. Con il coraggio di mio padre. Con l’amore di mia madre. E con il ricordo di una sorellina che non ho mai potuto conoscere, ma che resterà per sempre una dei miei cari. Forse è anche questa una delle ragioni per cui ho scritto il libro. Non per mettere la mia vita al centro della storia. Ma per fare in modo che coloro che sono venuti prima di me non vengano mai dimenticati.
Perché, in fondo, siamo tutti la continuazione di storie cominciate molto prima di noi. E senza quelle storie, la mia non sarebbe mai esistita.
