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RENATO ROSSI · Edizione integrale

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Dietro il sorriso

Ci sono persone che mostrano il proprio dolore. E ci sono persone che lo nascondono. Marco apparteneva senza dubbio al secondo gruppo. Chi lo incontrava senza conoscerlo veramente vedeva un giovane imprenditore pieno di entusiasmo e convinzione, con un sorriso contagioso. Quando entrava in un luogo, portava immediatamente con sé energia. Parlava con passione delle sue idee più recenti. Ascoltava gli altri con sincero interesse. E faceva sentire alle persone che tutto fosse possibile.

Ma soltanto pochi vedevano ciò che si nascondeva dietro quel sorriso. A volte io lo vedevo. Non perché ne parlasse. Ma perché un padre conosce suo figlio. Notavo che diventava più silenzioso. Che a volte rimaneva a lungo a guardare fuori dalla finestra senza dire nulla. Che, nel mezzo di una conversazione, improvvisamente sembrava essere con i pensieri molto lontano. Quando gli domandavo se tutto andasse bene, ricevevo quasi sempre la stessa risposta.

«Non preoccuparti, papà.» Ma quelle parole non riuscivano mai a rassicurarmi del tutto. Perché sapevo che Marco cercava di proteggermi. Non voleva aggiungere altre preoccupazioni a tutto ciò che già portavo con me. Conosceva il mio passato. Sapeva quante volte avevo dovuto ricominciare nella mia vita. E forse pensava di potermi risparmiare un’altra delusione. Era fatto così. Anche quando si trovava personalmente sotto un’enorme pressione, pensava prima agli altri. Ricordo ancora le sere in cui lasciavamo insieme la Piramide.

Camminavamo in silenzio verso il parcheggio. C’erano giorni in cui avevamo trascorso ore in riunione, sostenuto innumerevoli telefonate e preso moltissime decisioni. Dopo giornate simili, nessuno di noi parlava della propria stanchezza. Ci guardavamo per un momento. Un piccolo sorriso. Una mano sulla spalla dell’altro. Non serviva altro. Tra un padre e suo figlio esistono parole che non hanno mai bisogno di essere pronunciate. Eppure sentivo che lo zaino portato da Marco diventava ogni giorno un po’ più pesante.

Non portava soltanto il peso dell’impresa. Portava anche la responsabilità che imponeva a sé stesso. Voleva che tutti fossero felici. Voleva che i nostri collaboratori si sentissero al sicuro. Voleva che ogni progetto avesse successo. Voleva che i nostri partner continuassero a credere in noi. E forse, più di ogni altra cosa, non voleva mai deludermi. Questo mi faceva molto male. Perché non mi ero mai aspettato che fosse perfetto. Volevo soltanto che rimanesse sé stesso.

Gliel’ho detto più di una volta. «Marco, anche se domani perdessimo tutto... tu rimarrai sempre mio figlio.» Allora sorrideva. Ma non so se sia mai riuscito a credere davvero a quelle parole. Le persone che pretendono di più da sé stesse sono spesso quelle che trovano più difficile essere comprensive verso sé stesse. Lo capisco. Forse perché anch’io avevo commesso per anni esattamente lo stesso errore. Anch’io avevo pensato a lungo di dover risolvere ogni problema.

Di dover essere sempre forte. Di non poter deludere nessuno. Soltanto molto più tardi ho imparato che nessuna persona può portare tutto da sola. Per me quella lezione arrivò ancora in tempo. Per Marco, tragicamente, arrivò troppo tardi. Non scrivo queste parole per suscitare compassione. Anzi. Voglio che il lettore comprenda quanto a volte sia difficile riconoscere il dolore nascosto dietro il sorriso di un’altra persona. Ho avuto il privilegio di conoscere davvero Marco.

Sapevo quanto amore, quanta lealtà e quanto coraggio fossero nascosti dietro il suo silenzio. La sua ultima battaglia non definisce chi fosse per me. Ciò che rimane è il coraggio con cui continuò ad avanzare per anni. Un coraggio molto più grande di quanto la maggior parte delle persone abbia mai compreso. Quando oggi penso a lui, vedo innanzitutto il suo sorriso. Soltanto dopo ricordo le sue preoccupazioni. Forse l’amore funziona così.

Non custodisce innanzitutto il dolore. Custodisce la luce. E quella luce... per me non si spegnerà mai.

Marco adolescente con sua madre Dorina.
Marco adolescente con sua madre Dorina.