Capitolo 27 Mio figlio, il mio socio, il mio amico
Ci sono genitori che conoscono i propri figli fin nel profondo finché sono giovani. Poi ognuno segue la propria strada. Ed è così che deve essere la vita. Anch’io avevo sempre pensato che un giorno Marco avrebbe scelto la propria strada. Forse avrebbe fondato una sua impresa. Forse avrebbe preso una direzione completamente diversa. Ma la vita ci donò qualcosa di diverso. Poco a poco diventammo colleghi. Poi soci in affari. E, quasi senza rendercene conto, diventammo anche l’uno il confidente dell’altro. Amici. Fu un dono straordinario. Ci vedevamo quasi ogni giorno. Non perché fosse necessario. Ma perché lo volevamo entrambi. Quando al mattino entravo nella Piramide, spesso sentivo già il ticchettio di una tastiera. Marco era quasi sempre arrivato prima di me. Una tazza di caffè accanto. Completamente immerso nel proprio lavoro. A volte rimanevo per un momento in piedi alle sue spalle.
Non si accorgeva nemmeno che fossi entrato. Soltanto quando gli posavo delicatamente una mano sulla spalla si voltava. «Buongiorno, papà». Non servivano altre parole. Cominciavamo semplicemente una nuova giornata. Ci furono giorni in cui lavorammo per ore l’uno accanto all’altro senza dire molto. Eppure quei silenzi a volte dicevano più di mille parole. Il più delle volte intuivamo ciò che accadeva dentro l’altro. Quando uno di noi era alle prese con qualcosa, l’altro se ne accorgeva quasi immediatamente. È difficile da spiegare. Forse soltanto chi ha lavorato per anni tanto strettamente con qualcuno può comprendere davvero che cosa intendo. Marco possedeva inoltre un dono particolare. Sapeva entusiasmare le persone. Quando credeva davvero in un’idea, riusciva a coinvolgere quasi tutti nella propria visione. Parlava rapidamente. Mentre spiegava qualcosa, le sue mani si muovevano in continuazione. Disegnava le proprie idee su un foglio di carta.
Si alzava. Si sedeva di nuovo. E, prima ancora che te ne rendessi conto, cominciavi anche tu a credere che la sua idea fosse possibile. Quante volte l’ho guardato sorridendo? «Calma, Marco», gli dicevo. «Lascia almeno agli altri il tempo di raggiungerti». Lui rideva. Ma cinque minuti dopo parlava già di nuovo con lo stesso entusiasmo. Era fatto così. E nel profondo del cuore speravo che non lo perdesse mai. Viaggiavamo spesso insieme anche in Italia. Quei viaggi erano molto più che trasferte di lavoro. Rimanevamo seduti per ore l’uno accanto all’altro in automobile. Parlavamo dell’impresa. Di nuove idee. Ma altrettanto spesso parlavamo della vita. Della nostra famiglia. Del futuro. E a volte non dicevamo assolutamente nulla. Non perché non avessimo più niente da raccontarci. Ma perché il silenzio tra due persone che si comprendono veramente non è mai imbarazzante.
Oggi custodisco quei ricordi più che mai. Ricordo anche quanto fossi orgoglioso vedendo con quanta attenzione i produttori italiani ascoltavano Marco. Non vedevano più soltanto mio figlio. Vedevano un giovane imprenditore. Un uomo con una visione. Questo mi rendeva felice. Non perché portasse il mio nome, ma perché si era guadagnato il loro rispetto con le proprie forze. Con il suo talento. Con il suo impegno. Con la sua onestà. Sono valori che non invecchiano mai. Naturalmente non eravamo sempre d’accordo. Sarebbe stato strano il contrario. A volte pensavo che volesse procedere troppo in fretta. Altre volte lui riteneva che io fossi troppo prudente. Allora discutevamo, talvolta con grande passione. Ma mai per ferirci. Sempre perché entrambi volevamo il meglio. E quasi ogni divergenza finiva con un sorriso. O davanti a una tazza di caffè.

Marco, mio figlio, il mio socio e il mio amico.
Perché nessuna discussione era mai più importante del legame che ci univa. Quando oggi mi guardo indietro, comprendo pienamente quanto fossero speciali quegli anni. Quanti padri hanno il privilegio non soltanto di vedere il proprio figlio crescere e diventare uomo, ma anche di poter lavorare ogni giorno al suo fianco? Quanti padri possono scoprire che il proprio figlio non diventa soltanto un imprenditore di talento, ma soprattutto un essere umano straordinariamente buono? Fu un privilegio. Un privilegio per il quale ringrazio Dio ogni giorno. Forse allora non lo dissi abbastanza spesso a Marco. Eravamo entrambi così occupati. Pensavamo che ci sarebbe sempre stato ancora tempo. E forse è proprio questo uno degli errori più grandi che commettiamo come esseri umani. Pensiamo che il domani sia scontato. Oggi so che ogni giorno ordinario può diventare, in seguito, un ricordo insostituibile.
Ciò che oggi mi commuove di più è quanto la tua presenza allora sembrasse naturale e scontata. Non dovevo prendere appuntamento per vederti; facevi parte del ritmo delle mie giornate. Ora l’aroma del caffè, il ticchettio di una tastiera o una sedia vuota possono all’improvviso aprire una porta su quel tempo. Per un istante mi aspetto di sentire di nuovo la tua voce. Il lutto non vive soltanto nelle grandi commemorazioni. Abita anche in quei piccoli errori del cuore, quando per un attimo il cuore dimentica ciò che la mente sa già da anni.
Per questo, quando mi guardo indietro, non penso soltanto ai grandi progetti. O ai nostri successi. I miei ricordi più belli sono spesso i più semplici. Bere insieme una tazza di caffè. Un lungo viaggio in automobile verso l’Italia. Una conversazione a tarda sera nella Piramide silenziosa. Uno sguardo che diceva tutto senza bisogno di parole. Sono questi i momenti che non dimenticherò mai. E se oggi qualcuno mi chiedesse che cosa mi abbia dato davvero Piramedia… la mia risposta non parlerebbe di software. Né d’imprenditoria. Né d’innovazione. Direi semplicemente: «Piramedia mi ha regalato gli anni più belli che abbia potuto vivere insieme a mio figlio». Nessuna impresa al mondo vale quanto ricordi simili. Ed è proprio per questo che Marco, finché vivrò, non sarà mai soltanto mio figlio. Rimarrà anche il mio socio. Il mio amico. E una parte insostituibile dell’uomo che sono diventato.