Capitolo 13 Le mie mani e il mio primo vero lavoro
Quando lasciai la scuola, non avevo un grande progetto per il mio futuro. Come tanti giovani uomini della mia generazione, ci si aspettava che andassi a lavorare. Non perché sapessi esattamente che cosa volessi diventare. Ma perché quello era semplicemente il passo successivo nella vita. Fui assunto per lavorare in una fabbrica. Era tutto organizzato. Dovevo soltanto entrare e cominciare la mia prima giornata di lavoro. Ma quando arrivai al cancello della fabbrica, accadde qualcosa. Mi fermai. Guardai quel cancello. Guardai le persone che entravano. E nel profondo sentii qualcosa che, in quel momento, riuscivo a malapena a spiegare. Quella non era la mia strada. Non sapevo ancora quale fosse, allora, la mia strada. Non avevo un altro lavoro ad aspettarmi. Nessuna sicurezza.
Nessun grande progetto per il futuro. Ma sapevo una cosa. Non volevo entrare lì dentro. E così mi voltai. Non ho mai lavorato in quella fabbrica. Oggi può sembrare un momento insignificante. Ma quando ripenso alla mia vita, vedo quanto quella decisione sia stata in realtà importante. Per la prima volta non scelsi la strada che era già pronta per me. Scelsi l’incertezza di una strada che dovevo ancora scoprire da solo. Non servivano grandi parole. Soltanto il coraggio di voltarmi e continuare a cercare. Mio padre e mio fratello maggiore avevano scelto per me una formazione tecnica. Credevano che l’elettromeccanica mi avrebbe garantito un futuro sicuro nella regione di Liegi. Comprendevo il loro ragionamento. Ma il mio cuore apparteneva alle lingue, al commercio e al contatto con le persone. Non avevo un diploma che mi desse sicurezza. Possedevo soltanto la mia curiosità, la mia voglia di lavorare e le mie mani.
Quelle mani volevano comprendere come funzionavano le cose. Volevano provare, riparare e migliorare. Imparavano prendendo realmente qualcosa tra le mani. Non dalla teoria, ma dalla pratica. Più tardi ho sperimentato spesso che una persona non si forma soltanto a scuola. Anche il lavoro ci insegna qualcosa. Le persone ci insegnano qualcosa. Gli errori ci insegnano qualcosa. E a volte una sola decisione ci insegna più di un intero anno scolastico. A quel cancello della fabbrica imparai ad ascoltare la mia voce interiore. Non sapevo dove mi avrebbe condotto. Sapevo soltanto che non potevo fingere di non sentirla. Le mie mani non avevano ancora trovato un mestiere. Ma io avevo compiuto la mia prima scelta personale. La strada che avrei percorso in seguito mi avrebbe condotto dapprima da Rubens. E poi verso un mondo che avrebbe cambiato tutta la mia vita. Il mondo di FAEMA e dell’espresso.
Il mio primo vero passo nel mondo in cui sarei approdato più tardi ebbe inizio presso un’azienda chiamata Rubens. Rubens forniva attrezzature e soluzioni per le cucine professionali. Ristoranti. Alberghi. Aziende. Scuole. Ospedali. Per la prima volta vidi quanta tecnica, pianificazione e competenza si celassero dietro ogni cucina professionale. Fu lì che conobbi Benoit. Per me divenne più di un collega. Ammiravo la sua calma, la sua competenza e la serietà con cui eseguiva ogni incarico. Da lui imparai che un buon lavoro comincia dall’attenzione. Non soltanto dall’attenzione per un apparecchio. Ma anche per la persona che deve utilizzarlo. In quegli anni molti impianti venivano convertiti dal gas di città al gas naturale. Era un lavoro che richiedeva precisione e senso di responsabilità. Ogni singolo bruciatore doveva essere adattato e controllato. Un piccolo errore poteva avere conseguenze gravi. Non imparai dunque soltanto a lavorare con le mani. Imparai a pensare in anticipo. A controllare. E ad assumermi la responsabilità di ciò che lasciavo dietro di me.
Alcuni incarichi richiedevano quasi l’impossibile. Ricordo un periodo di lavoro che cominciò una domenica sera verso le sei e terminò soltanto il mercoledì mattina intorno alle dieci. Lavorammo per quasi quarantotto ore. La stanchezza era enorme. Ma l’impianto doveva essere pronto e funzionare in piena sicurezza. Continuammo. Il lavoro era pesante per il mio corpo. Dovevo spostare gli apparecchi. Chinarmi. Sollevare pesi. Restare in piedi per lunghe ore. La schiena cominciò ad avvertirmi in modo sempre più chiaro. Ero giovane e pensavo che il dolore sarebbe scomparso da solo. Ma continuava a tornare. Con il senno di poi, quella fu la prima volta in cui il mio corpo mi ricordò che anche la perseveranza ha dei limiti. Eppure Rubens mi diede molto. Imparai ad ascoltare i clienti. Imparai a cercare la vera causa di un problema. E imparai che il servizio va molto oltre la semplice consegna di un apparecchio.